Non serve il civismo se si fa buona politica.

Ci sono parole che mi suscitano una naturale repulsione, “condiviso” e “partecipazione”, per dirne due tanto care alla “giunta” Pisapia. Termini che non sarebbero nemmeno male, se non fossero utilizzati in modo ipocrita dagli arancioni, per affermare un metodo che è l’esatto contrario di quello che applicano. Si tratta solo di un paio d’esempi, tratti dal vasto vocabolario varato dalla sinistra milanese per rappresentare una realtà fiabesca, che non ha nessuna attinenza con quella in cui sono costretti a barcamenarsi ogni giorno gli abitanti del capoluogo lombardo. Un efficace modo per mistificare i fatti, basato sull’assunto che molti dei loro sostenitori credono ciecamente a ciò che dicono o scrivono per scelta ideologica, senza mai prendersi la briga di verificare se corrisponde al vero. Purtroppo, per motivi assai più tristi, un termine simile sta prendendo piede anche in parte del centrodestra: “ Civismo ”.

Se si esclude la Lega, che nel bene e nel male, nel giusto o nello sbagliato, non teme mai d’essere se stessa, i liberali, che nel centrodestra dovrebbero rappresentare per l’appunto il centro, sono incapaci di difendersi dall’antipolitica, poiché non sanno sposarne le richieste, hanno pensato bene di fingere di non farla nascondendosi a loro volta dietro alle parole, fra le quali “civismo” è la più gettonata. Così da qualche mese a questa parte è un fiorire di comitati civici “spontanei”, spesso ispirati da esponenti politici, che ne utilizzano la spinta popolare come motivazione per azioni che avrebbero comunque intrapreso per passione e amore verso la città. E’ comprensibile sia più facile affrontare certe “imprese” avendo i cittadini al proprio fianco, piuttosto che di fronte a sé, ma quella che si va a rappresentare è comunque una realtà artefatta e per certi versi del tutto incomprensibile, poiché dimostra che non sarebbe necessario fingersi altro per fare quello che si sa. Meglio sarebbe essere se stessi, quando si hanno le caratteristiche per farlo, guardare negli occhi gli elettori, subirne le lamentele, ascoltarne le rimostranze e dimostrare loro che si è interessati e in grado risolvere certe questioni, da politici e con gli strumenti corretti, cioè quelli della politica. Faticoso da fare, ma appagante, oltre che di sicuro giovamento per la propria immagine.

Milano, e più in generale il paese, non hanno bisogno che i cittadini si trasformino in politici per sostituire chi la politica dovrebbe saperla fare per professione, hanno altro di cui occuparsi i milanesi. Non è di “civismo” che ha bisogno la città, ma di un ritorno alla buona politica di un tempo, gestita da galantuomini come ancora se ne possono trovare fra le fila del centrodestra.