MILANO, UN POVERO CRISTO OGNI CINQUE ABITANTI. La Camera di Commercio li chiama imprenditori

La differenza fra “fornire dati” e “saperli leggere” non è poi così sottile, ci si aspetterebbe che gli analisti delle Camera di Commercio fossero in grado di fare entrambe le cose. Sorprende quindi vederli così avulsi dalla realtà da giudicare sintomo di “voglia di fare impresa” l’elevato numero di partite IVA aperte a Milano e provincia. La realtà purtroppo è ben diversa, buona parte di queste fanno riferimento a posizioni lavorative che un tempo sarebbero state disciplinate con un contratto di assunzione, cosa oggi impossibile da fare.

Per i molti imprenditori in condizione di non potere più sostenere i costi extra stipendio generati dalle tasse, l’unica possibilità di mantenere personale sufficiente per continuare la propria attività è “costringere” operai e impiegati a trasformarsi in “collaboratori” che fatturano le proprie prestazioni, di qui l’esponenziale aumento delle partite IVA aperte. Nulla a che vedere con il desiderio di “fare impresa”, si tratta bensì del sintomo di un generale impoverimento di aziende e lavoratori, privati questi ultimi anche dei diritti che gli spetterebbero se gli fosse riconosciuta la loro reale qualifica.

La pratica di impiegare persone a tempo pieno facendogli fatturare le proprie prestazioni ha cominciato a diffondersi qualche anno fa, diventando endemica nel tessuto produttivo lombardo. Non è credibile che, chi stila questi rapporti all’interno della Camera di Commercio non ne tenga conto di questo fattore nel fare le proprie considerazioni , molto più probabilmente preferisce ignorarlo per passare come positivi dei dati che in realtà non lo sono.

Non esiste nessuna “voglia di fare impresa” che induce milanesi e lombardi ad aprire una partita IVA, è una condizione loro “imposta” pena il non potere più lavorare. Una situazione che contribuisce all’impoverimento generale, non un sintomo di arricchimento come si vorrebbe fare credere. Tutti questi lavoratori oltre a non avere i diritti che gli spetterebbero come tali, a parità di “stipendio” con il passato, sono sottoposti anche a tasse e obblighi tipici della libera professione, con la conseguente riduzione di quanto da percepito, che riduce la loro disponibilità economica e la capacità di immettere liquidità sul mercato.

Di questo, ma anche di altro, non tiene conto la Camera di Commercio quando comunica trionfalmente:” In Lombardia sono circa 950mila le imprese registrate e 1,7 milioni le persone con cariche imprenditoriali”. Da analisi come questa nascono i problemi del nostro paese, soprattutto se a tenerne conto, prendendole per buone, sono quelli che governano, che in base ad esse stilano i loro continui annunci di una prossima ripresa in realtà ben lontana dal venire.

Otello Ruggeri per La Critica