MILANO, LA “PARTECIPAZIONE” SECONDO GLI ARANCIONI. Noi esclusi, ma fessi e felici

Ci sono due parole che continuano a girarmi nella testa: “solidale” e “partecipata”. Ce le hanno infilate a forza gli arancioni, che con la loro retorica buonista sono convinti basti attaccare uno di questi due termini  alle loro iniziative per renderle “cosa buona e giusta”.  Non  è così, una fesseria tale è e tale rimane anche se la si fa in gruppo e in nome del supposto bene del nostro prossimo.

Ci sarebbe poi da capire cosa intendono per “partecipata” a sinistra? Una decisione per essere partecipata dovrebbe coinvolgere tutti quelli che sono interessati alle sue conseguenze, ma a quanto pare secondo gli arancioni è sufficiente che a prenderla abbiano partecipato tutti loro.

biciQuando si vuole chiudere una via al traffico o di dare a un parco un nome che si sa sgradito a molti, bisognerebbe chiedere il parere di tutti prima di farlo, in modo serio però. Non basta indire un referendum online sapendo che sarà accessibile solo a una parte dei cittadini interessati alla cosa e che molti non ne verranno nemmeno a conoscenza. Come minimo andrebbe inviato un questionario ai residenti e negozianti della zona chiedendo loro se sono favorevoli o meno alla pedonalizzazione o intitolazione che si intende fare. Se poi se ne rispettassero anche i risultati non sarebbe male, ma anche questo non è scontato con questa amministrazione visto come sono andate recentemente le cose per il nuovo parco del quartiere Adriano, dove l’opinione dei cittadini non è stata tenuta in nessuna considerazione.

Purtroppo il metodo adottato è ben diverso da quello che auspicherebbe un qualsiasi “liberale” di questo mondo. La giunta Pisapia prende le decisioni insieme a  gruppi e associazioni che l’hanno sostenuta in campagna elettorale proprio in funzione del pensiero condiviso, poi fa quello che le pare raccontando la favola che si tratta di una “decisione partecipata” e il gioco è fatto.

equosolidaleL’iter che segue è sempre lo stesso, ottenuta l’approvazione del consiglio di zona (non potrebbe essere altrimenti) e l’appoggio della stampa compiacente, viene organizzata una festa per celebrare l’ennesima zona sottratta al traffico, o se si guardano le cose da un altro punto di vista, resa inaccessibile ai più. A popolarla di solito è una folla di personaggi alternativi provenienti dalle associazioni di cui sopra, mamme radical chic su bici con cestello a fiori e bambini festanti che lanciano palloncini colorati. Insomma tutta gente che con la via non ha nulla a che fare e che probabilmente parcheggia la macchina davanti al portone di casa.

Dimenticavo: “solidale”. Per quello se la cavano con poco, per farli sentire a posto con la coscienza basta che fra le bancarelle presenti all’happening ce ne sia qualcuna che vende prodotti equosolidali, così mentre da un lato aiutano gli artigiani di uno sperduto paese africano o sudamericano, dall’altro mandando sul lastrico i commercianti che stanno alle loro spalle.

Insomma ci trattano da fessi e quasi sempre glielo lasciamo fare senza protestare ne manifestare il nostro dissenso anzi, dando anche l’impressione di esserne felici. Sarebbe il caso di smetterla di subire, due anni e mezzo sono lunghi e potrebbero essere ancora molte le feste cui dovremo nostro malgrado partecipare.

Otello Ruggeri per La Critica