Torneranno mai gli anni Ottanta…?

L’obiettivo di questi articoli storici è sempre stato di fare conoscere antiche storie e tradizioni milanesi, e sembra strano dedicarne uno a quanto accaduto poco più di un ventennio fa: nei fantastici anni “80”. Eppure sono cambiate tante cose,  i più giovani fra voi faticherebbero a credere che quella e questa Milano siano la stessa, soprattutto per il differente spirito con cui si affronta la vita al giorno d’oggi. Venti, venticinque anni che non mi sarei mai immaginato potessero cambiare così  – in peggio – la vita di tutti noi milanesi.

Tanti, al massimo lo sono per me che passo più tempo davanti allo specchio a contarmi le rughe piuttosto che al pc. Purtroppo non basta avere l’impressione di essersi appena tolto il Moncler, gli Americanino  e le Timberland indossate seduto al Burghy di piazza San Babila, perché sia veramente così. Questa è un’altra storia però, da essa traggo giusto alcuni dei nomi, loghi e luoghi che hanno segnato la vita di noi ventenni degli anni ottanta. Non di tutti i giovani di quei tempi ovviamente, solo quella di noi paninari che di quel decennio siamo stati così tanta parte da sentire di averci messo sopra il marchio di proprietà.

Vivere quei momenti è stato quanto di meglio mi potesse capitare. C’era tutto, dal futile all’utile, i problemi dei ragazzi d’oggi non ce li sognavamo nemmeno, l’idea di non potersi costruire un futuro era inconcepibile in quel nostro presente spensierato e pieno di opportunità. Così è stato, molti di noi il futuro se lo sono creato, alcuni anche più d’uno. La disoccupazione nella Milano da bere non si sapeva cosa fosse, noi liceali dalla città dell’alta finanza impregnata di edonismo reganiano, sapevamo di essere a un passo dal diventare un altro dei tanti yuppies che animavano dei dintorni della borsa, o qualsiasi altra cosa volessimo essere.

Così in attesa del nostro turno di avere successo, passavamo i pomeriggi in qualche locale del centro, o passeggiando nel quadrilatero della moda dove spendevamo soldi in abbigliamento griffato.  Le sere le trascorrevamo in discoteca o in casa degli amici a festeggiare. Non ci occupavamo degli aspetti angosciosi della vita, rifiutavamo ogni forma di impegno sociale, il nostro unico obbiettivo era spassarcela senza troppe preoccupazioni, possibilmente nel modo più futile e dispendioso possibile, cosa in cui riuscivamo assai bene.

La musica che ascoltavamo rifletteva il nostro modo di essere. Era, orecchiabile allegra e assolutamente priva di contenuti, nonostante questo ancora oggi la preferisco a quella impegnata venuta negli anni successivi, non perché ha il suono della gioventù, bensì perché è come dovrebbe essere un buon amico: fa compagnia senza rompere troppo le scatole. A portarcela fino in casa erano Videomusic eDeejay Television su Italia Uno, Duran Duran, Spandau Ballet, Wham, Simple Minds, Frankie Goes to Hollywood, Boy George, Pet Shop Boys, Tracy Spencer, Taffy, Gazebo… ventiquattro ore su ventiquattro per renderci la vita ancora più leggere.

Credetemi, una gran bel modo di passare la gioventù, inutile andare avanti con il racconto, penso abbiate capito come andavano le cose per noi ragazzi degli anni ottanta. Ora, non mi sembra il caso di fare questioni esistenziali su un periodo della mia vita che trovo sia stato appagante, estremamente divertente e che non intendo rinnegare, ma qualche riflessione la posso fare.

Io e gli altri abbiamo avuto la fortuna di vivere un decennio in cui si faceva di tutto per dimenticare quello precedente, fatto di barricate, sangue e morti. Gioivamo per diritto acquisito da chi ci aveva preceduti e per la volontà dei nostri genitori di non farci patire le loro stesse preoccupazioni. Fra i nostri più grandi errori ci sono stati  sicuramente quello di gettare le basi di una società che ti giudica per quello che appari piuttosto che per quello che sei, e di non avere saputo conservare il benessere di allora fino ai giorni nostri.

Ho spesso la dolorosa impressione che ragazzi di oggi stiano vivendo lo scampolo finale di quella spensieratezza lontana, e forse nemmeno quello. Li vedo disillusi, senza prospettive, tristi, preoccupati, nemmeno lontanamente felici come lo eravamo noi perché, anche quando si divertono su di loro aleggia sempre il pensiero di un futuro incerto. Tutto questo genera la rabbia che sempre più spesso sfogano fra loro e nelle piazze. Quello che mi preoccupa veramente è che tornino le barricate, gli scontri di piazza, le morti inutili e tutti loro si trovino a piombare in un decennio simile a quello che noi ci siamo evitati.

Sono ancora davanti allo specchio, pensandoci bene mi tengo le rughe e anche gli anni ottanta, quello che posso fare per i giovani d’oggi è impegnarmi perché tornino anche per loro.

Otello Ruggeri per Italia Post