La storia ligera attraverso gli occhi di Luciano Lutring – Terza Parte

La storia della “ligera” ebbe il suo epilogo nello stesso periodo in cui anche vicenda criminale di Lutring volgeva al termine… A sancirne la fine verso la metà degli anni sessanta fu l’avvento di giovani criminali nati nel primo dopoguerra come, Francis Turatello e Renato Vallanzasca che sentendosi andare strette le regole della malavita vecchio stampo ne stabilirono di nuove dalle quali la violenza non era più esclusa.

Violenza della quale le prime vittime furono proprio gli appartenenti alle loro bande che spesso caddero sotto i colpi degli altri a causa della sanguinosa faida dovuta alla rivalità che vi fu fra i due fin dai tempi della loro giovinezza. Uno scontro a cui i due capi sopravvissero e che si stemperò solo quando dopo l’arresto di entrambi la prigione li portò a riavvicinarsi fino a diventare amici, al punto che Turatello fu testimone di nozze di Vallanzasca quando in carcere si sposò con Giuliana Brusa.

Turatello nacque ad Asiago nel “44” da una ragazza nubile impiegata a Milano tornata temporaneamente al suo paese per partorire lontano dai bombardamenti. La leggenda (che in questo caso potrebbe essere vera) narra che Francis fosse figlio naturale del boss mafioso italo-americano Frank Coppola detto “Frank tre dita” anche se non si è mai saputo in che occasione la madre l’avesse incontrato. Cresciuto nel quartiere di Lambrate, in giovinezza fu un discreto pugile dilettante ma al ring preferì la strada e la “malavita” dandosi prima ai furti d’auto per poi fare “carriera” grazie alla sua spiccata personalità. Insieme alla sua banda, costituita per lo più di immigrati catanesi, prese il controllo delle bische clandestine e della prostituzione arrivando a guadagnare decine di milioni di lire al giorno. Nonostante il benessere che gli derivava da queste attività, non disdegnò di partecipare a parecchie rapine e sequestri di persona insieme alla “Banda dei Marsigliesi” di Albert Bergamelli (cui dedicheremo qualche riga più avanti) cosa che lo rese noto anche oltre confine. Durante la sua lunga carriera criminale entrò in contatto, con esponenti di “cosa nostra” e della “camorra” e il suo nome fu accostato a molti episodi oscuri di quel periodo della storia italiana, fra cui il rapimento di Aldo Moro e alcune azioni compiute dalla “Banda della Magliana”.

Dopo una lunga latitanza fu arrestato il 2 aprile 1977 in viale Lunigiana a Milano e condannato al carcere duro per una lunga serie di imputazioni Dal carcere provò a mantenere il controllo della sua organizzazione ma non vi riuscì e fu soppiantato dal suo braccio destro Angelo Epaminonda detto “Il Tebano”. Iniziò così il declino che di li a quattro anni portò al suo omicidio nel carcere di massima sicurezza di Badu ‘e Carros in Sardegna, avvenuto per mano di Pasquale Barra detto “’o animale” in modo così modo cruento, da non meritare di essere raccontato in questa storia di mala milanese.

Luciano-Lutring-LigeraProbabilmente alla notizia della sua morte Luciano Lutring avrà scosso la testa, come aveva spesso fatto quando, all’inizio della loro carriera criminale, Turatello e il di poco più giovane Vallanzasca avevano fatto capire di che cosa erano capaci. Renato Vallanzasca, a lungo nemico giurato di Turatello, è nato a Milano nel 1950, anche lui nel quartiere di Lambrate in via Porpora al 172. Non potevano che diventare acerrimi rivali. Sua madre, che aveva un negozio di abbigliamento in piazzale Bottini, fu costretta a dagli il suo cognome perché il padre era già sposato e aveva tre figli.

Irrequieto fin da bambino, a otto anni fini già al “Beccaria” per avere cercato di far uscire da una gabbia la tigre di un circo che aveva piantato il tendone proprio nelle vicinanze di casa sua. Episodio che gli costerà l’allontanamento da casa e l’affidamento a sua zia Rosa (in realtà si trattava della prima moglie del padre) che abitava al Giambellino, dalla parte opposta della città dove sarebbe rimasto fino a quindici anni per poi fare ritorno a casa dei genitori. Fu lì, in quella zona di veccia mala milanese che grazie al suo carisma mise insieme la sua prima banda di ragazzini dedita a furti e taccheggi, ma il suo modo di agire fuori dalle regole non piaceva per niente ai vecchi boss della “ligera” che si affrettarono ad allontanarlo dal loro ambiente  e se non fosse tornato ad abitare a Lambrate probabilmente per lui sarebbe finita anche peggio.

Tornato nel suo vecchio quartiere fondò quella che sarebbe diventata famosa come la “Banda della Comasina”, cui gli esponenti di maggiore spicco furono:  Antonio Colia, Rossano Cochis, Vito Pesce, Claudio Gatti, Mario Carluccio (morto in uno scontro a fuoco con le forze dell’ordine in Piazza Vetra a Milano) e Antonio Furiato (morto in uno scontro a fuoco con le forze dell’ordine durante un sopralluogo per una rapina e al casello autostradale di Dalmine). La banda si specializzò in rapine, sequestri di persona – il più famoso dei quali fu quello di cui rimase vittima Emanuela Trapani, figlia sedicenne di un noto imprenditore milanese – traffico di stupefacenti e di armi, prendendo il controllo di interi quartieri milanesi talvolta anche con l’ausilio di posti di blocco messi per controllare i movimenti della polizia. Al contrario della banda di Turatello, quella di Vallanzasca,  pur macchiandosi di efferati delitti, non ha mai avuto contatti rilevanti con il mondo della grossa criminalità organizzata, rimanendo sempre un fenomeno locale milanese.

Vallanzasca e Turatello

In poco tempo Vallanzasca accumulò ingenti ricchezze e evidenziò l’unico tratto caratteriale che lo rendeva simile a Lutring: l’amore per le donne e la bella vita. Fin quando rimase in libertà non si fece problemi a condurre e ad ostentare un tenore di vita molto sfarzoso fatto di vestiti firmati, orologi d’oro, auto di lusso, e belle donne che probabilmente non gli sarebbero comunque mancate visto che era un uomo dall’aspetto affascinante, che gli valse il soprannome di “il bel René”, nomignolo con il quale lui non amava affatto – al contrario di quello che si potrebbe pensare – essere chiamato.

Nel 1972 la sua carriera criminale ebbe un brusco arresto, quando durante una perquisizione effettuata a casa sua nel cestino della spazzatura fu trovata la prova che lo incastrerà, ovvero i pezzettini di un foglietto che, conteneva la lista degli stipendi dei dipendenti di un supermercato rapinato qualche giorno prima. Per Vallanzasca fu un vero smacco visto che per sfidare gli agenti che stavano effettuando le ricerche, si era sfilato il Rolex d’oro e aveva detto loro “Se riuscite ad incastrarmi questo è vostro!”. Che fine fece il prezioso orologio non è dato saperlo.

Vallanzasca fu prima incarcerato a San Vittore, ma rendersi responsabile di vari tentativi d’evasione falliti, di risse, pestaggi e partecipando a diverse sommosse riuscì a farsi trasferire trentasei volte con l’unico scopo di trovare una prigione da dove gli sarebbe stato più facile fuggire, impresa che gli riuscirà dopo quattro anni e mezzo dopo che, essendosi volontariamente provocato l’epatite fu ricoverato in un ospedale dal quale riuscì a evadere grazie alla sorveglianza meno stretta e alla collaborazione di una guardia corrotta.

Durante la latitanza, Vallanzasca riuscì a ricostituire la sua banda con cui mise a segno una settantina di rapine a mano armata che lasciano dietro di sé una lunga scia di omicidi, tra cui si contano quelli di quattro poliziotti, un medico e un impiegato di banca. Fu in questa seconda fase della sua attività che la “Banda della Comasina” si diede anche ai sequestri di persona (almeno quattro di cui due mai denunciati). In seguito a quello di Emanuela Trapani, durato dal dicembre 1976 al gennaio 1977 e conclusosi con il pagamento di un riscatto di un miliardo e mezzo di lire, segui lo scontro a fuoco al casello di Dalmine in cui morirono gli agenti Luigi D’Andrea e Renato Borborini. Durante la sparatoria fu colpito anche Vallanzasca che ferito e braccato cerco rifugio a Roma dove fu rintracciato e catturato dopo qualche giorno, il 15 febbraio del 1977. La cosa incredibile che tutti questi fatti accaddero nei soli primi ventisette anni di vita di Vallanzasca.
La seconda carcerazione non cambiò il “bel René”, dopo essersi sposato con Giuliana Brusa – una delle sue tante ammiratrici – avendo come testimoni Fransis Turatello e Albert Bergamelli, riprese ad essere il detenuto più temuto dai direttori dei carceri italiani. Il 28 aprile 1980, insieme a due compari armati di pistole fornitegli chissà da chi, si fece strada fra le guardie carcerarie e riuscì a fuggure da San Vittore. Ne seguì una sparatoria per le vie di Milano e persino all’interno del tunnel della metropolitana, nuovamente ferito, fu alla fine catturato insieme ad altri nove compagni di fuga. Nel 1981 fomenta una rivolta nel carcere di Novara durante la quale furono uccisi alcuni collaboratori di giustizia fra il giovane membro della sua banda, Massimo Loi. Il ragazzo fu accoltellato a morte e poi addirittura decapitato. Vallanzasca negò per decenni la responsabilità della morte di Loi e lo sfregio del corpo e anche le testimonianze a suo favore rilasciate da altri detenuti non allontanarono mai del tutto i sospetti da lui. In seguito a questa vicenda fu condannato al “carcere duro”, ma nonostante questo il 18 luglio del 1987 riuscì nuovamente a evadere scappando rocambolescamente attraverso un oblò del traghetto che da Genova dovuto portarlo al carcere dell’Asinara. Ricercato e senza soldi a disposizione, l’8 agosto 1987 fu catturato ad un posto di blocco nei pressi di Grado mentre cercava di raggiungere Trieste.

Tornato in carcere nel 1990 divorziò da Giulia Brusa per poi stare tranquillo qualche anno fino al 1995 quando con l’aiuto della sua avvocato – con cui si dice avesse stretto una relazione – tentò di evadere dal carcere Nuoro, ma fu scoperto in tempo per impedirgli di mettere in atto il suo piano.

Dal 1999 è rinchiuso nel carcere speciale di Voghera e non ha più tentato la fuga cosa che nel 2005 gli è valsa un permesso speciale di tre ore per rivedere l’anziana madre, da quel giorno Vallanzasca si è impegnato nel tentativo di ottenere la grazia scrivendo ai vari Ministri della Giustizia che si sono succeduti nel tempo, ma la richiesta è sempre stata respinta dal Presidente della Repubblica cosa che lo costringerà a finire di scontare la sua pena nel carcere milanese di Opera. Dal 2010 può usufruire del beneficio del lavoro esterno anche se questa facoltà gli è stata più volte tolta e ridata a causa di violazioni disciplinari e delle proteste dei parenti delle sue vittime. Una storia che richiederà ancora del tempo prima che si possa scrivere la parola “fine”.

Alla queste vicende Luciano Lutring ha assistito dal carcere prima e dopo avere la sua pena da libero, quando oramai cambiato profondamente è riuscito a farsi una nuova vita.

La sua carriera criminale era finita nel 1966, dopo essere sfuggito tante volte alla polizia italiana, fu intercettato da quella francese a Parigi, durante l’inseguimento gli agenti aprirono il fuoco ferendolo e lui per mantenere fede alla sua fama di non violento preferì non rispondere e si lasciò catturare.

Cominciò  allora la seconda parte della sua straordinaria vita, che come avrete capito vi racconterò la settimana prossima insieme a quella degli ultimi protagonisti della storia criminale di quegli anni.

Otello Ruggeri per Milano Post