Quella Milano lì. Ritroviamo la città al tempo di Jannacci

Ieri mattina un amico mi ha detto: “Ho perso un pezzo di me, e di quella Milano che oramai non esiste più”. E’ vero, con Enzo Jannacci se n’è andato uno degli ultimi protagonisti “di quella Milano lì”, che scritto così non significa niente, ma a noi milanesi dice tutto.

lìLa Milano da cui trasse ispirazione era quella a cavallo fra gli anni “60” e “70”. Io li superai con la leggerezza dell’infanzia cominciando a comprenderli solo quando – insieme alle scuole medie – stavano per finire. Prima di allora solo l’eco degli episodi più clamorosi (come il rapimento Moro) e l’umore dei miei genitori mi facevano percepire che qualche cosa non andava, però il vederli uscire quasi tutte le sere mi diceva anche che, da qualche parte, nelle strade della nostra città doveva esserci ancora qualche cosa di bello.

La Milano degli “anni di piombo” aveva il suo fascino, era una città pericolosa ma viva, criminalità, assassinii politici e manifestazioni non avevano tolto del tutto la voglia di divertirsi. La ricordo grigia, fradicia di pioggia e nebbia, con i vecchi lampioni che la illuminavano di una luce livida, ma non triste. Nemmeno allegra, forse solo negli anni “80” lo è stata, ma vista con gli occhi e nella Milano dei giorni nostri non si può fare a meno di ricordarla con nostalgia.

Noi ragazzi di allora passavamo il tempo per strada, all’oratorio, sulle panchine di qualche giardinetto o chiusi in un bar. Erano gli anni delle grandi compagnie – come direbbe Max Pezzali – delle attese alle fermate dei filobus, delle file alle cabine del telefono, di lunghe camminate, delle collette per pizza, cinema e chissà che altro. Dei primi baci dati di nascosto, lontano dagli occhi indiscreti di mamma e papà, perché allora noi eravamo figli e loro genitori e certe cose preferivamo tenercele per noi. Non si era ancora creato quel cortocircuito fra generazioni che trasformando i genitori in amici ha lasciato i figli senza guida.

lì2Milano era una città operosa popolata d’impiegati e operai, che ne percorrevano frettolosi le vie ancora costellate dalle insegne di drogherie, ferramenta, mercerie, cartolerie, panetterie, latterie, edicole, fiorai, salumieri, macellai… c’erano botteghe di ogni genere anche nelle vie del centro, erano ancora lontani i tempi in cui sarebbero state sostituite da ristoranti, locali per happy-hour e vetrine glamour.

I bar che frequentavamo non erano ideati da famosi architetti ma scuri e fumosi, per niente asettici però, vi si sentiva battere il cuore della città. Niente locali fusion, cinesi, giapponesi, vegani, tailandesi noi a mangiare si andava in pizzeria, alla trattoria Toscana, all’osteria pugliese o piemontese, e perché no, in latteria per un panino con frittata e formaggio.

Le fabbriche della periferia industriale s’insinuavano fin dentro la città secondo un modello di urbanizzazione disordinata per cui, dove c’era uno spazio libero andava occupato nel modo più produttivo possibile. L’assenza di un piano regolatore preciso faceva si che a fianco di un bel palazzo storico, per tappare una falla aperta dai bombardamenti del “43”, potesse sorgere un obbrobrio moderno. A differenza di Torino non esistevano “quartieri dormitorio”, si lavorava e abitava dappertutto, la città era viva ovunque, salvo quando a fare calare il silenzio e abbassare le serrande non c’era una manifestazione operaia che di solito era seguita dal lugubre suono delle sirene di ambulanze, pompieri e polizia.

jannacci2Per i fortunati, che in quella città ancora in espansione grazie all’onda lunga del “boom” economico degli anni “50”, avevano tempo, voglia e le possibilità per divertirsi, c’erano il Piccolo Teatro, le canzoni della mala di Ornella Vanoni, i cabaret animati da Gianni Magni Lino Patruno, Roberto Brivio, Nanni Svampa, Felice Andreasi, Cochi e Renato, Lino Toffolo…  una Milano che trovò in Giorgio Gaber ed Enzo Jannacci i suoi cantori d’elezione.

Noi ragazzi invece andavamo nei cinema d’essai più per bigiare la scuola che per gli spesso improponibili film che vi erano proiettati, solo quando la mancetta del fine settimana lo permetteva, con quattrocento lire ci vedevamo due film in qualche sala di terza visione del circuito normale. Ricordo con nostalgia le ore passate all’Abanella di Greco, un immenso cinema d’essai che oggi è stata trasformata in sala prove del Teatro alla Scala.  E’ sempre lì dietro a casa mia e non riesco a passarci davanti senza fare un tuffo nei ricordi.

milano-anni-sessantaQuella Milano lì, era fatta di queste e molte altre cose, talvolta belle, altre brutte, purtroppo non di rado anche orribili, ma noi che l’abbiamo vissuta con tutte le difficoltà, e i disagi di quei tempi, non riusciamo a non averne nostalgia.

E’ ora che Milano si riconcili con la storia di quel periodo, non furono solo anni di piombo e sangue come troppo spesso si tende a ricordarli, sottotraccia al clamore degli spari il cuore dei milanesi continuò a battere come aveva sempre fatto in passato. Cantati, non solo, ma in particolare e con passione da Enzo Jannacci, fra l’Ortica, Rogoredo e in tutte le altre zone della città continuarono a muoversi quegli straordinari personaggi che da sempre l’hanno caratterizzata. L’Armando, i pali di qualche scalcagnata banda di malviventi, i barboni con “i scarp del tennis”… e il Cerruti Gino che ora con Giorgio Gaber starà sicuramente aspettando l’amico Enzo per ricominciare a giocare a biliardo insieme, fra un bicchiere di barbera e uno di champagne.

Otello Ruggeri per Milano Post