Giornale circostanziato di quanto ha fatto la bestia feroce nell’alto milanese – Quarta parte

Ci eravamo lasciati il tredici settembre del 1792 quando poco più della metà delle trappole previste era stata approntata… ci vollero solo pochi giorni ai due frati incaricati del lavoro per terminare le altre, probabilmente i denari fatti versare loro dal Beccaria erano stati di stimolo. Il diciassette erano praticamente tutte pronte, ma la bestia oltre a non cadervi prigioniera era da parecchi  giorni che non si faceva più vedere. Dopo l’episodi di Lainate non aveva aggredito nessuno ne era stata avvistata aggirarsi nei dintorni di Milano.

Mentre il tempo passava, nel timore le trappole fossero inefficaci, la gente pensava ad altre soluzioni. Molti genitori decisero di armare con coltelli, lance e bastoni  i loro figli. I ragazzini di campagna a quei tempi non avevano nessuna dimestichezza con le armi, ma se fosse capitato loro di essere  aggrediti dalla bestia, avrebbero avuto più possibilità di sopravvivere con un coltello in mano che affrontandola a mani nude.

I giorni che trascorrevano senza aggressioni lasciavano spazio alle illazioni più fantasiose, il fatto che la besti non aggredisse più l’uomo nonostante avesse dovuto abbandonare  le ultime prede senza potersene cibare fu addirittura giustificato da alcuni con la supposizione che trovando ora le viti piene d’uva si stesse saziando con quella di cui (non si sa perché) andava particolarmente golosa.

belvaI milanesi più anziani, i pochi che in quel secolo tribolato erano riusciti a raggiungere i sessant’anni, dissero di ricordare che circa cinquant’anni prima dei fatti che stiamo narrando si erano verificati degli avvenimenti simili. Dissero che anche allora durante l’estate c’erano state numerose uccisioni che si erano diradate con l’avvicinarsi dell’autunno fino a cessare del tutto. A quei tempi non era stata catturata nessuna bestia e qualunque fine avesse fatto negli anni successivi non si era più fatta viva. Visto l’epilogo ai milanesi sarebbe piaciuto credere a quei racconti, ma furono quasi sempre liquidati come il frutto della senilità di chi le raccontava – si sbagliavano ma di questo vi diremo poi.

Fu anche progettata una caccia generale che doveva svolgersi subito dopo avere effettuato il raccolto. I contadini pensavano che sarebbe stato più facile colpire la bestia con le campagne completamente libere e prive di nascondigli. I preparativi per la battuta erano già a buon punto quando nuovi eventi indussero i partecipanti ad interromperli.

Il diciotto di settembre si sparse la voce che la bestia fosse stata catturata dopo essere caduta in una delle “fosse lupaie” che erano state predisposte. Era accaduto presso la Cassina Comina in un campo detto la Crosazza della Pobbia fuori di Porta Vercellina a non più di cinque chilometri da Milano. In molti accorsero dalla città per vedere di cosa si trattava, ma le descrizioni  che ne facevano erano delle più disparate, di certo c’era solo che era un lupo e che subito dopo la cattura era stato ucciso. I contadini sentendolo ululare erano accorsi sul posto, esasperati dai i fatti dei giorni precedenti avevano cominciato a prenderlo a sassate e colpi di bastone, poi nel tentativo di immobilizzarlo gli avevano passato un cappio al collo finendo per strangolarlo.

bestiaSia per questioni di pubblica sicurezza, che economiche (il premio per la cattura della bestia era assai cospicuo per i tempi) era necessario effettuare un riconoscimento. Il compito fu affidato da Beccaria all’abate Rapazzini che lo fece portare a Milano dove fu impagliato in modo che fosse possibile farlo vedere a quelli che avevano avuto la sventura di incontrare la bestia. Il primo a non crederci era l’abate stesso che nel suo diario annotò che riteneva improbabile che quel lupo per quanto grosso potesse avere seminato tutto il terrore che gli si voleva attribuire.

Quando fu sventrato nello stomaco non gli furono trovate tracce degli abiti delle sue supposte vittime che doveva sicuramente ingurgitato mentre le sbranava, solo i resti di qualche povero pollo e una palla di piombo probabilmente frutto dell’incontro con qualche cacciatore.

Nulla in quella bestia faceva pensare che potesse essere l’autore di tante efferate aggressioni. Il lupo era si grosso ma non abbastanza da poter affrontare con tanta spavalderia uomini adulti come la bestia aveva spesso fatto. Soprattutto era un lupo dall’aspetto più che comune. L’abate aveva studiato altri casi in cui nel resto d’Europa erano accaduti eventi simili a quelli di quei giorni e sempre i protagonisti erano degli ibridi fra lupi e altri animali che avevano generato essere mostruosi ed estremamente aggressivi come il lupo orsino o il lupo garou. Soprattutto l’animale non aveva ne le zanne affilate ne i denti sottili e le sue zampe posteriori non sembravano essere adatte a permettergli di alzarsi su di esse come aveva spesso fatto.

Comunque sia, di aggressioni non ne avvenivano più e i proprietari della trappola avevano preteso fosse avviato il processo di riconoscimento per ottenere il premio e il Rapazzini non poté fare altro che continuare con gli accertamenti.
Iniziò un processo formale di riconoscimento che vide sfilare molti testimoni chiamati a osservare l’animale per capire  se era veramente quello veduto da loro durante le drammatiche aggressioni: molti riconobbero nel lupo ucciso la Bestia feroce, alcuni invece affermarono che si trattava di un animale diverso.

La ragazza che si trovava con Regina Mosca quando fu aggredita proprio nei pressi di dove il lupo era stato catturato disse che era la stessa bestia. Il primo ragazzino ad essere sopravvissuto ad un’aggressione si mostro indeciso e il monaco annotò che riteneva assai improbabile che le ferite di cui ancora portava i segni potessero essere state fatte dagli artigli della bestia impagliata. Girolam Cosona che con la bestia aveva lottato senza perdere la testa e aveva avuto modo di osservarla per bene disse che quello non era lo stesso animale con cui si era battuto per salvare la sorella.

Il giorno venti, la bestia (quella vera si presume) fu avvistata molto a sud di Milano, ma pur provenendo la segnalazione “da fonte certa e attendibile” le autorità preferirono tacere la cosa nella speranza che si stesse allontanando definitivamente per non farsi più viva. Evidentemente anche a quei tempi si preferiva un popolo tranquillo ed ignaro a uno consapevole della realtà. A riprova che le autorità continuarono a rimanere nel dubbio ancora a lungo ci fu il fatto che l’ordine di smantellare le “fosse lupaie” fu dato solo l’estate successiva quando oramai fu certo che la bestia era morta altrove o aveva deciso di non fare più ritorno nel milanese.

Dopo molti tentennamenti, ma con il favore della fine delle aggressioni, pur avendo l’opinione contraria del Rapazzini, il quattro ottobre venne stilata una relazione che ammise l’identità del lupo con la Bestia feroce, ma vi furono espresse molte riserve probabilmente sia per giustificare il mantenimento delle trappole già realizzate che per spiegare l’ancora più incomprensibile costruzione di altre tredici terminate il trenta ottobre, a fronte di un pericolo che si diceva essere cessato.

Il ventiquattro dicembre Beccaria autorizzò i signori Rapazzini e Comerio a al pubblico illupo, debitamente imbalsamato, in una casa Agli scalini del Duomo (dov’è ora la Rinascente) dalle 9 alle 14 e dalle 17 alle 21. Il biglietto costava 10 soldi a persona mentre per i nobili ci si rimetteva alla loro discrezione.

Per i Milanesi l’incubo che avrebbero ben presto dimenticato era terminato e lo fu anche ufficialmente quando il diciotto gennaio 1794 la Municipalità riconobbe il premio di 50 zecchini ai due sacerdoti, che presero in seguito altri 12 zecchini vendendo il lupo al Museo di Storia Naturale dell’Università di Pavia dove è tuttora conservato e visibile al pubblico.

I dubbi che quello che fu definito come tale fosse veramente la bestia sono molti, ed il primo ad esprimerli è lo stesso stampatore del documento da cui abbiamo tratto questo racconto e che fu realizzato dallo “Stampatore Bolzoni” solo pochi anni dopo che avvennero i fatti. Lo termina così:

Così termina la cronaca, con una conclusione offerta, ma contemporaneamente rifiutata, come se la paura del razionale fosse quasi più forte dell’orrore dell’irrazionale”.

Penna-e-Calamaio-390x383Nel nostro lavoro di ricerca, abbiamo ritenuto di non fermarci qui. Non certo per il gusto del macabro bensì per il piacere di esplorare il passato della nostra città che ci è piaciuto ritrovare nei nomi dei luoghi e dei protagonisti di queste vicende. Abbiamo prima di tutto verificato cosa ne fosse stato del lupo impagliato, i curatori del Museo di Storia Naturale di Pavia ci hanno assicurato che si trova ancora li, essi stessi a conoscenza della sua storia e ci hanno invitato a recarci la per fotografarlo. Lo faremo al più presto e non mancheremo di rendervi partecipi della cosa. Siamo poi riusciti a rintracciare notizie sulle notizie sulle aggressioni del 1740 che non erano frutto della fantasia di qualche anziano ma vere e documentate negli antichi archivi milanesi. Le stiamo mettendo in ordine e presto anche da queste trarremo un racconto. Ci siamo inoltre documentati sulle aggressioni avvenute da parte di lupi nel milanese dal 1462 fin quasi ai giorni nostri traendone degli interessanti spunti che non mancheremo di condividere con voi.

Infine abbiamo deciso di provare a vedere se fosse possibile inseguire la bestia lungo l’Appennino nel suo peregrinare verso sud in quel lontano inverno del 1794/95.  E anche se sembrava più impossibile a noi che a voi, ci siamo incredibilmente riusciti.

Spianta dal freddo, la bestia lasciò la Pianura Padana dirigendosi verso Piacenza lungo i primi rilievi dell’Appennino dove… ma questa è un’altra storia. Buona domenica a tutti.

Otello Ruggeri per Milano Post