Giornale circostanziato di quanto ha fatto la bestia feroce nell’alto milanese – Seconda Parte

…ci eravamo salutati a Casorate, vi avevo detto di non dimenticarvi di quella località perché era da lì che saremmo ripartiti con il racconto. Quando il cinque agosto vi furono ritrovati i poveri resti di Domenico Cattaneo ucciso due giorni prima ad Asiano, la belva era già lontana e incredibilmente aveva già colpito un’altra volta.

Quattro agosto 1792… mentre conducevano il bestiame lungo a una strada adiacente al bosco nei pressi di Arluno, le due figlie di Pietro Sada di dieci e undici anni che stavano anche accudendo il piccolo Stefano Losa di tre anni furono prese di mira dalla bestia. Questa saltò fuori dal bosco e afferrò la più piccola, Giovanna, al petto trascinandola via. La bambina nonostante lo spavento si mise a urlare e avendo le mani libere colpì ripetutamente l’animale sul muso, ma questi la depose a terra per poi morderla alla gola uccidendola. Quando poco dopo giunsero i parenti avvisati dai sopravvissuti, la piccola era già stata in gran parte divorata con un’avidità ingiustificabile visto che solo il giorno prima aveva fatto scempio del povero Domenico Cattaneo.

Vista la distanza fra i due luoghi e la fame all’apparenza immotivata, molti cominciarono a pensare che fra le campagne lombarde si aggirassero addirittura due belve feroci.

fucOramai, oltre che in tutto il contado, anche a Milanocominciava serpeggiare la paura dovuta al fatto che le aggressioni avvenivano sempre più vicino alla città. Fu così che il sette agosto la municipalità decise di offrire “con le dovute cautele” fucili in prestito a tutti quelli che si sarebbero impegnati nella caccia aumentando nel contempo di altri 50 zecchini il premio per la cattura.

Oramai le campagne intorno a Milano sembravano quelle inglesi nel periodo della caccia alla volpe, c’erano ovunque rumorose compagnie che spesso più che a cacciare badavano più a bere e fare baldoria. Il dieci agosto uno di questi gruppi si prese gioco di un oste. Entrati nell’osteria del malcapitato tutti i membri del numeroso gruppo si misero a mangiare e bere in allegria e senza badare a spese, fino a quando uno di loro sbucando da dentro un bosco in cui si era nascosto si mise a gridare di avere visto la bestia. Subito tutti afferrarono i fucili, balzarono in piedi e uscirono di corsa per poi dileguarsi dalla vista dell’oste senza pagare il conto. Purtroppo di lì a poche ore altri avvenimenti avrebbero tolto ai milanesi la voglia di scherzare.

Undici agosto, mattina… erano circa le otto del mattino quando nei pressi di “Cassina San Siro” (l’odierna piazza Wagner) a poco più di un chilometro da Porta Vercellina, la belva s’introdusse in un campo di granturco per poi – come rilevato dalle impronte scoperte in seguito – scavare una buca sotto una vite e lì piazzarsi in attesa di una preda. L’attesa non fu lunga perché di lì a poco giunsero alcune ragazze che si misero a tagliare dell’erba da dare in pasto al bestiame. Un balzo e fu addosso a una bambina di otto anni che per qualche motivo non risultò di suo gradimento e la lasciò andare, rivolse quindi l’attenzione verso un’altra di dodici anni, Regina Mosca che fu afferrata per la gola, artigliata al petto e trascinata per un breve tratto. La bestia dovette lasciarla subito perché, richiamati dalle urla, arrivarono dei contadini armati di bastone che la misero in fuga. Purtroppo per Regina era già troppo tardi. L’animale con un morso le aveva strappato un pezzo di collo all’altezza della giugulare e da lì aveva preso a succhiarle avidamente il sangue causandone la morte immediata.

Alcuni esperti di animali feroci argomentarono che quel genere di comportamento non lo si poteva certo attribuire a un lupo, quanto a una Jena, o a un  “Lupo Cerviero” che era il modo con cui a quei tempi si chiamava la lince. Certo è che per quanto cruento fosse stato l’attacco, l’epilogo non aveva permesso alla bestia di saziarsi.

milanoaUndici agosto, sera… mancava poco alle undici di sera, oramai il sole era quasi del tutto calato anche in quella lunga giornata d’agosto. Il dodicenne Dionigi Giussani sedeva tranquillo in un prato nei pressi di Boldinasco nella pieve di Trenno (oggi piazza Kennedy). La belva, comparsa dal nulla, l’afferrò per il petto, lo trascino sotto un filare di viti, e dopo averlo artigliato alla gola si dispose per divorarlo, ma anche questa volta qualcuno intervenne a rovinarle i piani. Un tale che le cronache del tempo descrivono solo come “il coraggioso Mauro”, arrivò di corsa urlando e pur essendo a mani nude la mise coraggiosamente in fuga. Questa volta il coraggio fu premiato e il ragazzino anche se gravemente ferito arrivò vivo all’ospedale. Ci vollero molti giorni però perché si riprendesse, le continue convulsioni causate dallo shock subito impedivano che le ferite si rimarginassero causandone la continua riapertura. Ma alla fine la giovane età e il fisico robusto ebbero ragione di paura e morte e dopo qualche mese poté tornare a casa completamente ristabilito.

Con la bestia sotto le mura di Milano l’amministrazione cittadina non sapeva più che pesci pigliare e era preoccupata anche il continuo ridursi degli uomini impegnati nella caccia. Molti cacciatori venuti da fuori se ne erano andati viste le poche possibilità di riuscire a incassare il premio, mentre altri al soldo del municipio erano stati licenziati dal cancelliere del governatore perché si era scoperto che il loro unico interesse era incassare lo stipendio e quasi mai si mettevano in cerca della bestia.

Mentre le autorità pensavano al da farsi, la bestia sembrò voler dare loro una pausa. Per cinque giorni non se ne seppe nulla. Ci furono degli avvistamenti, ma troppo lontani da Milano, alcuni dissero di averla vista al di là dell’Adda, altri fin quasi sotto i monti. Probabilmente si tratto di persone suggestionate dalla paura o in vena di raccontare storie agli amici, perché non si era per niente allontanata dalla città.

Sedici agosto… mentre pascolavano i loro armenti, due sorelle Angiola, e Catterina Zerbi, e Anna Maria Borghi di tredici anni se ne stavano sedute sull’erba di un prato nei pressi di Barlassina. Adottando una tattica già utilizzato in passato, l’animale si avvicinò a loro frontalmente, con calma e fare sornione, dimenando la coda come se fosse un animale domestico. Angiola per nulla intimorita vedendolo così docile gli getto anche due pezzi di pane che non mangiò ma con cui si mise a giocherellare. Si avvicinò sempre di più fino ad essere così vicina da afferrare con gentilezza il grembiule di Caterina che temendo glie lo lacerasse le diede due leggeri colpetti cul muso con un bastoncino. Probabilmente la bestia pensò di essere stata scoperta e scattò di lato dove era Anna Maria Borghi, la afferro per il collo e si mise a trascinarla mentre le due sorelle terrorizzate si misero a gridare. Furono udite dal contadino Francesco Tanzi che stava tagliando l’erba nei paraggi, questi accorse con la falce in mano ma fece appena in tempo a vedere l’animale intento a bere il sangue che sgorgava copioso dal collo della sua ultima vittima che questi avvedutosi del suo arrivo si diede alla fuga. Anche questa volta tutti i testimoni dell’eccidio diedero una descrizione della belva del tutto simile a quelle raccolte in precedenza.

s_maria_delle_grazieA questo punto alla Congregazione Municipale di Milano pensò di rivolgersi al Padreterno indicendo tre serate di preghiera per chiedere che la calamità cessasse. Le celebrazioni si svolsero nelle sere del 18/19/20 agosto nella chiesa di Santa Maria delle Grazie dove furono anche esposte antiche reliquie. I milanesi accorsero numerosi, ma nonostante questo le cose non migliorarono affatto, anzi giunsero delle notizie che fecero temere che il pericolo si fosse moltiplicato quando si diffuse la notizia che i il giorno 19 era pervenuta alle autorità una lettera assai attendibile del Marchese Stampa di Soncino che diceva di avere avvistato nei pressi di Cusago non una ma due belve. Le aveva avvistate in un campo di grano turco nei pressi della Cassina Bissona dove era stato chiamato a verificare i danni che un animale introdottosi in un pollaio durante la notte. Fin da subito le impronte gli erano sembrate troppo grandi per essere di un lupo, immaginando che si trattasse di quelle della belva aveva prontamente organizzato una battuta nei dintorni con l’aiuto di tutti i contadini al suo servizio. Accerchiato con i suoi uomini il bosco di Trezzago le avvistò una prima volta da vicino ma non riuscì a fare fuoco perché queste lo sentirono e si diedero alla fuga e una seconda più lontane, ma in campo aperto per più tempo cosa che gli diede modo di osservarle per bene. Così le descrisse nella lettera: “Le Bestie sono della seguente figura. La più grossa è tutta rossiccia con una striscia bianca sotto il ventre: ha la testa simile a quella di un vitello; occhi grossi, e grandi, coda sottile, e riccia, con un fiocco di pelo bianco in cima, e piuttosto lunga e fa sbalzi nel fuggire come un Capriuolo: l’altra più piccola, eguale ad un grosso cane di colore cenericcio piuttosto biscione, cioè a strisce ondeggianti con coda corta, e testa grossa, ed il muso simile a quello di un majale, magra di vita, e questa è una Bestia molto brutta a vedersi, laddove la più grossa, è molto bella, e ben fatta”.

Che fossero una o due, però, era poco importante quello che è certo è che continuavano a fare strage nei dintorni di Milano.

Ventuno agosto… era quasi sera quando la quattordicenne Giuseppa Re, figlia di Giulio un noto sarto di Bareggio, chiese a sua madre se potesse andare a fare scorta di legna nei pressi del bosco vicino a casa. Questa pensando alla bestia feroce le disse inizialmente di no, ma saputo che si sarebbero unite a lei un amica più grande e una donna del posto cedette alle insistenze della figlia. Giunte ai margini della foresta le tre si misero a raggruppare rami secchi e nel farlo si allontanarono sempre più una dall’altra così che la belva saltata fuori dal bosco, trovandola sola, non ebbe problemi ad afferrare Giuseppa e trascinarla via con se. Non era passato nemmeno un minuto dall’aggressione quando le due sopravvissute terorizzate videro sopraggiungere la madre della ragazza che presa dal rimorso di avere ceduto, o forse da un tragico presagio era corsa a raggiungerle. Capito quanto era accaduto svenne, fu trasportata a casa a braccia e li rimase per parecchi giorni fra la vita e la morte.

Nel frattempo gli uomini del vicinato che avevano organizzato una spedizione di ricerca/caccia riuscirono a trovare la bestia con il cadavere che aveva in gran parte sbranato. Si era fermata nei pressi di una sorgente detta “la grata”, anche in quel caso udendoli si diede prontamente data alla fuga. Nonostante questo gli uomini armati non rimossero subito il cadavere e stettero tutta la notte appostati sugli alberi nella speranza tornasse a terminare il macabro banchetto. Attesero invano.

Il fatto di avere rintracciato l’animale nei pressi di una sorgente d’acqua confermò l’intuizione avuta nei giorni precedenti da alcuni cacciatori. Sapendo che la siccità oltre ai contadini avrebbe colpito anche i predatori come la belva, si erano appostati presso i laghetti artificiali di Uboldo e Mombello sperando di coglierla nell’atto di cercare un po’ di refrigerio. Per invogliarla ad avvicinarsi avevano legato agli alberi polli, agnelli e maialini circondandoli di trappole di ogni genere nella speranza vi rimanesse impigliata. Purtroppo l’unica cosa che ottennero fu di passare una serie di notti insonni scomodamente appollaiati in cima agli alberi.

Anche questa volta pur essendo andati molto avanti con la narrazione, mi rendo conto che siamo altrettanto lontani dal concluderla. La interrompo qui sul racconto delle fantasiose tecniche di caccia che si inventarono i contadini lombardi per catturare la bestia feroce. Riprenderemo da quelle anche se poi sarà inevitabile continuare il racconto, che è aimé fatto anche dalle povere vittime di quell’antico misterioso animale…

Otello Ruggeri per Milano Post