Giornale circostanziato di quanto ha fatto la bestia feroce nell’alto milanese

Quella che sto per raccontarvi è la cronaca dimenticata dei fatti che insanguinarono i dintorni di Milano fra i primi di luglio e il diciotto settembre del 1792. Il titolo è lo stesso riportato su una vecchia cartella in cui sono contenute le 60 pagine che li narrano. Se non vi basteranno le mie parole potrete consultarla di persona: si trova nel ballatoio ligneo che si affaccia sull’atrio della Biblioteca Nazionale Braidense di Brera, cercatela fra quelle che riportano sul dorso la segnatura Miscellanea 14.16.

E0 una storia cruda, ma certe cose vanno raccontate.

Era il 4 luglio quando Giuseppe Antonio Gaudenzio, un bambino di 10 anni residente a Cusago, fu mandato come ogni giorno a pascolare la mucca che costituiva l’unico bene della famiglia. La portò in un prato ai margini dei boschi che allora circondavano Milano e tutti i comuni dei dintorni. Probabilmente assopitosi per il caldo la perse  di vista. Quando si svegliò stava già facendo buio e non riuscendo più a trovarla si avviò verso casa sperando che avesse fatto ritorno alla stalla da sola. Purtroppo per lui non c’era e il padre avvedutosi di quanto accaduto lo rispedì nel bosco di notte a cercarla.

belvaDa quel momento di lui si persero le tracce. Non fece ritorno né la notte né il mattino successivo. A quel punto spinto dal rimorso e dai pianti della madre, il padre pentito andò a cercarlo, ma pur ritrovando quasi subito la mucca che pascolava tranquilla del figlio non trovò tracce. Dopo due giorni di intense ricerche a cui si unirono molti abitanti del paese furono finalmente rinvenuti pochi resti umani, il giubbino e i pantaloncini del bambino macchiati di sangue. A quei tempi c’erano numerosi lupi in pianura padana, ma di solito d’estate andavano verso le montagne: nonostante questo, la colpa fu data a loro pensando che lo avessero colto di sorpresa nel sonno. Ma i fatti che seguirono fecero capire che il colpevole era un altro.

9 luglio… nei pressi del torrente Seveso vicino Limbiate, dove non erano ancora giunti gli echi di quanto accaduto a Senago, un gruppo di ragazzini aveva trascorso la giornata in un terreno incolto adibito a pascolo detto la “Giovana” facendo la guardia al bestiame dei loro parenti. Quando stava per arrivare l’ora di fare rientro a casa, dalla boscaglia circostante videro avvicinarsi a loro “una brutta bestia, simile a grosso cane, ma d’orribil ceffo, e di strana forma”, colti dallo spavento salirono sugli alberi circostanti da dove si misero a gridare per cercare di attirare l’attenzione dei contadini del paese che erano però troppo lontani per sentirli. La bestia però dopo avergli girato un po’ ’intorno si spazientì e si allontanò. Ancora tremanti scesero e stretti in gruppo si affrettarono verso casa, purtroppo l’animale saltò fuori da dei rovi seminando il panico, tutti si misero a correre in varie direzioni. Il piccolo Carlo Oca che aveva solo otto anni non fù però abbastanza lesto così il mostro riuscì ad azzannarlo alla gola e a trascinarlo nel bosco.

Quando dopo qualche minuto i ragazzi che erano riusciti a fuggire tornarono con dei contadini venuti in loro aiuto, i poveri resti del bambino furono trovati straziati a pochi metri da dove lo avevano visto l’ultima volta. I ragazzini descrissero la bestia come un grosso animale con la testa molto larga, il muso acuto, orecchie lunghe e appuntite, denti che sporgevano dalle fauci, pelo nero maculato sulla schiena e bianco sulla pancia e una coda folta e riccia. Non furono creduti. La descrizione fu attribuita a paura e immaginazione infantile e anche quella volta la colpa fu data a un lupo.

sssLa notizia delle due uccisioni arrivò a Milano, dove nacque il sospetto che quella descritta dai ragazzini fosse una jena sfuggita al proprietario visto che, durante l’inverno un tale Bartolommeo Cappellini aveva fatto qualche soldo esibendone due che teneva in gabbia portandole in giro per le principali città del nord. Qualcuno disse che la gabbia non era molto solida e che la più grossa e feroce delle due non fosse legata bene. Il sospetto si fece più concreto quando gente venuta da Cremona riferì che la ne esibiva una sola dicendo che l’altra era morta. Da lui però non si seppe di più notizia perché quando in seguito al degenerare della situazione la autorità vollero interrogarlo la cosa non fu possibile perché risultò avere abbandonato lo stato Austriaco per andare in Veneto e di li sparire definitivamente.

11 luglio… a Limbiate stavano ancora vegliando i poveri resti mortali di Carlo Oca quando a un’altra piccole innocente toccò la stessa sorte. Al calar del sole, Giuseppina Surracchi, di soli sei anni, e sua sorella maggiore, stavano conducendo verso la stalla alcuni animali di proprietà della loro famiglia. Mentre percorrevano la strada che da Corbetta conduceva a “Cassina Pobba” dalla siepe che costeggiava la strada sbuco la bestia che la afferro per le vesti e nonostante le urla sue e della sorella la trascinò via sparendo tra le sterpaglie. La ragazzina sopravvissuta all’attacco corse a chiamare aiuto ma i parenti e altri contadini che accorsero prontamente non poterono fare null’altro che constatare la morte della povera piccola ritrovata sbranata e in parte divorata.

Il fatto che la bestia l’avesse scannata quasi come se volesse berne il sangue prima di cibarsene, abitudine tipica della jena, accrebbe la credenza che le uccisioni fossero proprio opera di questo animale.

A questo punto la notizia si sparse rapidamente seminando il panico tra i contadini. La paura che si diffuse per le campagne causò diversi falsi allarmi. A San Stefano  di Corbetta, Teresa Janis una ragazza di 15 anni spaventata da un vitello che si aggirava nell’erba alta si mise ad urlare causando un fuggi, fuggi generale cui posero fine gli adulti intervenuti sul posto che solo per fortuna riconobbero la povera bestia prima di abbatterla. A Villacortese un ragazzo vedendo un animale barbuto saltare una staccionata lanciò l’allarme, inducendo un contadino a suonare la campana a martello e tutti gli altri ad accorrere armati di schioppi, forconi, vanghe e picche. Anche in quell’occasione la fortuna salvò una povera capra più barbuta delle altre dal fare una brutta fine. In altre due occasioni, a Sedriano e nei pressi del bosco di Cusago, la belva era invece comparsa per davvero ma le giovinette che aveva puntato erano riuscite a salvarsi rifugiandosi fra le vacche che custodivano, queste facendo quadrato e abbassando le corna l’avevano messa in fuga.

A far pensare che non fosse un lupo, fu la sua preferenza per la carne dei fanciulli visto che questi difficilmente attaccano l’uomo pur facendo spesso razzia del suo bestiame. E anche quelli che la videro nei giorni successivi non la descrissero come tale. Fra questi vi furono i contadini di casa Borromea che la avvistarono e armatisi di fucili la circondarono in un campo da cui però riuscì a fuggire sfoggiando un’agilità inattesa. Stessa sorte toccata ai cacciatori al servizio di Don Bassano Bonanome che pur avendola circondata presso i fontanili del bosco di Cusago sse la videro più volte sfuggire dalla mira dei fucili. E molti altri che l’ebbero sotto tiro in campo aperto dissero di non essere riusciti a fare fuoco perché era troppo veloce per prendere la mira.

I molti avvistamenti e il panico che si era creato indussero le autorità a prendere dei provvedimenti. Il 14 luglio il conte di Kevenhüller pubblicò un annuncio a nome del governo nel quale si dava notizia dell’uccisione dei due fanciulli da parte di “una feroce Bestia di colore cinericcio moscato quasi in nero, della grandezza di un grosso Cane”. Per la cattura della quale si offriva un premio di 50 zecchini aumentati in seguito a 150 con l’aggravarsi della situazione. L’editto fu anche corredato da una stampa realizzata da un  intraprendente tipografo dove la Bestia feroce venne raffigurata con un bambino in bocca, quasi fosse un nuovo tipo di biscione visconteo.

Il premio denaro attirò nel milanese molti cacciatori professionisti, che aumentarono ancora di più quando vari signori locali come i Borromeo, i Litta, i Crivelli, i Castiglioni, gli Aresi, lo fecero lievitare aggiungendoci del loro per liberarsi dell’intruso che con la sua presenza rovinava i loro affari, l’ultimo fu il cavaliere Sannazzari che aggiunse venti zecchini d’oro per chi gli avesse consegnato il trofeo da aggiungere al suo museo zoologico privato.
Nonostante la presenza costante di cacciatori in boschi e campagne nessuno riuscì a catturare la fiera così…

falcePrimo di agosto… il giorno in cui la belva diede prova di quanta forte coraggiosa e sfrontata fosse. Verso l’imbrunire un gruppo di una ventina di ragazzi stavano custodendo degli animali al pascolo in un ampia brughiera nei presi di Senago. Il pascolo aveva da un lato la strada che conduceva a Saronno e dall’altro un boschetto detto “il deserto”. Fu proprio da lì che sbuco la belva scagliandosi contro di loro senza nessuna paura con l’intento di dividerli per poi scegliere la preda più facile da aggredire. Intento che le riuscì facilmente visto che tutti si misero a correre e sparpagliarsi senza cercare di organizzare un qualche tipo di difesa comune. Nessun cacciatore nei dintorni. Solo un contadino tale Antonio Nobili si trova nei pressi a tagliare l’erba con il falcetto. Senza esitare un attimo accorse in loro aiuto e parandosi fra le possibili vittime e la belva ingaggio con lei una lotta mortale. Mentre lui la teneva a distanza cercando di colpirla con il falcetto, lei si levava sulle zampe posteriori cercando di colpirlo con le unghie. Quando il Nobili sbilanciato cadde all’indietro, capendolo pericoloso ne approfittò per allontanarsi e riprendere l’inseguimento dei fuggitivi fra i quali riuscì ad afferrare Maria Antonia Beretta di soli otto anni e a trascinarla via con sé.

A quel punto, chiamati dai primi che si erano allontanati sopraggiunsero altri contadini che in compagnia del Nobili presero ad inseguire l’animale che infastidito dal trambusto abbandonò il corpo della giovinetta oramai morente. In quei pochi attimi le aveva inferto ben quarantacinque ferite al collo e numerose altre su tutto il corpo. Il Nobili descrisse così la belva con cui si era valorosamente battuto: “…lunga due braccia, alta uno, e mezzo, con testa porcina, orecchie cavalline, pelo caprino lungo folto, e bianchiccio sotto il ventre, e più ancora sotto il mento, e alla coda, che lunga era e spiegata, ma era rossiccio e corto sul dorso: gambe sottili, piede largo, ugne lunghe e grosse, largo petto, e stretto fianco”.

vecchia milano 1Tre agosto… Era quasi sera quando Domenico Cattaneo, di tredici anni e due suoi amici che erano in un campo nei pressi di Asiano a fare la guardia alle loro vacche videro la belva avvicinarsi a loro. Non si sa come ma questi non sapevano nulla di quanto stava accadendo intorno a loro, questa lo capì, si avvicinò con fare sornione e amichevole cosa che indusse i ragazzi a non considerarla un pericolo, e appena furono a portata di fauci fece un balzo, azzannò Domenico alla gola e lo trascinò con se nel bosco. I due sopravvissuti corsero terrorizzati in cerca di aiuto, ma tornati in compagnia di alcuni contadini non poterono fare altro che indicare loro il punto del bosco dove l’animale era scomparso. Ci vollero due giorni di ricerche per ritrovare i resti del poveretto. L’animale lo aveva ridotto in uno stato che anche se ben descritto nelle cronache del tempo, io preferisco risparmiarvi. I ragazzi in seguito fecero una descrizione dell’animale che calzava quasi perfettamente con quella fatta in precedenza dal Nobili.

Questo racconto si sta facendo troppo lungo e, visto che è ancora lontano dal giungere al termine, per oggi penso sia il caso di fermarci qui. Ricordatevi solo che: i poveri resti di quest’ultima vittima furono ritrovati nelle vicinanze di Casorate, perché proprio da lì che riprenderemo la narrazione…

Otello Ruggeri per Milano Post