Milano, il tuo 2013 quarant’anni dopo quel ’73 dell’austerity.

Fa un po’ impressione pensare che quelli che per alcuni di noi furono i primi anni di scuola, per i nostri lettori più giovani siano “la storia”. Quarant’anni fa avevamo appena messo piede alle elementari, quando una Milano molto diversa da quella attuale visse forse il periodo più simile a quello cui stiamo assistendo oggi.

Abitavamo in una metropoli che proprio nel 1973 raggiunse il massimo storico di 1.743.427 abitanti: nonostante questo il terziario era ancora lontano dal prendere il sopravvento e la città aveva ancora una forte connotazione operaia; molte delle odierne periferie erano allora campagne abitate e coltivate, da cui si alzava la nebbia che molto più spesso di oggi ricopriva la città; essere circondati da persone che parlavano in dialetto era la norma, non una piacevole sorpresa, e i nostri “stranieri” parlavano un italiano solo un po’ diverso dal nostro ed erano venuti al nord per lavorare adattandosi, arricchendo e ben presto inserendosi quasi tutti nel tessuto sociale della città; a svegliarci un po’ prima che la mamma ci chiamasse, era il sentire in lontananza le sirene di Falk, Breda e Pirelli che chiamavano a raccolta le maestranze; facevamo colazione con latte e biscotti, la nostra “merendina” era spesso un panino e la “ricreazione” la passavamo (quando il tempo lo consentiva) giocando nel cortile della scuola.

E poi, quella che per noi non era altro che un’occasione di svago: le domeniche a piedi nel periodo dell’austerity. Come ai giorni nostri, fra il 1973 e il 1974, Milano patì limitazioni al traffico, vide le sue strade meno illuminate, fu attraversata da tensioni sociali, v’imperversava la criminalità (allora per lo più politica) ed era retta da un sindaco, Aldo Aniasi, con chiare e non nascoste simpatie di sinistra, ma le sue responsabilità in quello che accadde furono di molto inferiori a quelle che ha oggi Pisapia.

Allora mettere a piedi i nostri genitori non fu una decisione del sindaco intenzionato a fare cassa mascherandosi dietro a motivazioni ecologiste, e nemmeno il desiderio di controllare le nostre abitudini che hanno i nostri amministratori odierni, bensì  l’aumento del prezzo del petrolio conseguente alle guerre arabo-israeliane che causarono la chiusura del canale di Suez facendo lievitare i costi di trasporto petrolifero, e il calo delle scorte disponibili causato dall’embargo dei paesi arabi nei confronti degli alleati di Israele. Per porre rimedio alla situazione il governo prese dei severi provvedimenti cui Milano si adeguò immediatamente. L’illuminazione pubblica fu ridotta del  40%, furono spente le insegne pubblicitarie, e a bar, ristoranti, cinema, teatri fu imposto di chiudere entro la mezzanotte. Il prezzo del carburante raddoppiò in pochi mesi: cosa che indusse molti  a lasciare a casa l’auto cosa che rendeva le vie sempre più deserte. Infine venne il divieto assoluto di circolazione domenicale per i mezzi a motore esclusi quelli d’emergenza e di polizia. A dimostrazione di quanto fosse serio quel provvedimento e quanto lo fossero quelli che lo avevano redatto, ci piace citarne una parte in cui precisava alle forze dell’ordine che anche le automobili delle massime autorità, comprese quelle dei ministri e persino del Presidente Della Repubblica erano tenute ad adeguarsi ad esso:  “Tali autorità, in caso di indifferibili necessità di servizio nei giorni festivi, potranno muoversi solo su mezzi del trasporto pubblico o dotati di targa militare”.

Luci abbassate, insegne spente, locali semivuoti, benzina alle stelle e divieti di circolazione… la Milano della nostra infanzia non era poi così diversa da quella che tocca vivere ai ragazzi di oggi, ma le sensazioni che si provavano allora erano del tutto diverse. Per noi piccoli la cosa si risolveva nell’avere i genitori in casa qualche sera in più alla settimana e in queste fantastiche domeniche in cui la città diventava completamente nostra e di una miriade di mezzi di trasporto alternativi alcuni dei quali ci erano completamente sconosciuti. Insomma ci sembrava di vivere in un immenso parco giochi, una vera e propria pacchia. I grandi dal canto loro erano più presi dalle preoccupazioni dovute alla situazione internazionale e alle conseguenze economiche che gli aumenti avevano sull’economia delle famiglie, ma facevano buon viso a cattivo gioco consci di contribuire con i loro sacrifici a qualche cosa di più grande di cui con le loro rinunce diventavano parte attiva e risolutiva.

Oggi è diverso, buona parte di quelli che si vedono costretti a non usare la macchina durante le “domeniche a piedi” la sentono come un’imposizione, un inutile privazione di libertà nell’unico giorno veramente libero che si ha durante la settimana. A che pro? Ridurre l’inquinamento! Non scherziamo, siamo  fra gente seria, a queste cose non ci crede nemmeno chi le dice. Per non parlare dell’accesso a pagamento in alcune zone della città che non risparmia nemmeno i residenti. A chi dovrebbe giovare? Ai milanesi! Visto il continuo taglio dei servizi e della spesa sociale sembrerebbe proprio di no, forse vengono utili per le associazioni pro Palestina, al Burkina Faso, alla comunità beduina Jahalin di Abu Hindi, all’Associazione Sinafrica della Comunità Senegalese…. solo per citarne alcune di quelle cui il comune ha recentemente destinare fondi che invece per i Milanesi sembrano mancare!

Quello che Aniasi fece di molto simile all’attuale amministrazione, però, precedendola anche nei fatti di qualche decennio, fu di cercare di combattere la criminalità (politica) depotenziando invece che rinforzando le forze dell’ordine. Sembrandogli brutto mandare militari armati a combattere contro quelle “Brigate Rosse” che – anche se frettolosamente definite prima “sedicenti” e poi  “compagni che sbagliano” dal PCI – pur sempre compagni erano: così, prese carta e penna e scrisse al Ministero degli Interni chiedendo che le forze di polizia fossero disarmate. Fortunatamente non fu ascoltato, anzi fu pesantemente criticato da tutte le parti politiche, cosa che lo convinse a limitarsi a contribuire alla creazione dei primi sindacati di polizia, i “comitati per una Polizia democratica”.

Pensare di combattere la criminalità politica dei tempi con agenti disarmati appare un’idea addirittura più balzana di quelle che, ai giorni nostri, destituendo da compiti di polizia i vigili urbani e allontanando i militari dalle strade hanno messo la città in mano ai delinquenti. Con i brigatisti e gli  appartenenti alle tante bande armate che agivano allora in città non si poteva scherzare, ad affrontarli armati solo di buone intenzioni il rischio di lasciarci la pelle era tutt’altro che remoto. Erano anni bui quelli. A svuotare le vie non c’era solo la crisi petrolifera ma anche la paura di essere coinvolti in qualche sparatoria o manifestazione politica… poi c’erano le bombe, da quelle non ti potevi salvare perché in banca capitava a tutti di doverci andare, anche un treno toccava prenderlo di tanto in tanto e allora non restava che farsi il segno della croce.

Rifletta il sindaco Pisapia, che c’era, su come si uscì da quella situazione: occorsero leggi speciali e duri provvedimenti di polizia per recuperare il controllo della città (e del paese) dopo che il numero dei lutti era diventato troppo alto per poterli contare e il paese era oramai sul baratro dell’ingovernabilità. Lo spieghi ai suoi giovani assessori, che il buonismo con i cattivi quasi mai paga e che l’esser troppo buoni oggi costringerà inesorabilmente ad essere molto duri domani.

Ci consola il fatto che come sempre è accaduto anche da quel triste periodo Milano ne uscì più bella e forte che mai, vennero gli anni 80 della “Milano da Bere” con la gente che tornava nelle strade a impossessarsi di quella città che l’era a lungo stata negata. Succederà anche questa volt,a ne siamo certi, come diceva Peppino: “Ha da passà ‘a nuttata!”. Speriamo solo che non duri fino alla fine di questo decennio.

Otello Ruggeri per Milano Post