Osoppo 57. Milano criminale

In questi giorni, che a caratterizzare Milano ci sono le gesta della criminalità comune, non possiamo né vogliamo stendere un velo d’oblio su quei periodi della storia milanese in cui la “mala” la faceva da padrona: per questo vogliamo raccontarvi il più clamoroso episodio di criminalità degli anni 50, così eclatante da suggestionare per molti anni a seguire l’immaginario dell’opinione pubblica.

Nessuno dei milanesi infreddoliti che si affrettavano verso il lavoro nella gelida mattina del 27 febbraio 1958 s’immaginava che quella giornata sarebbe passata alla storia. Milano era nel pieno del “boom” economico, i lavori della metropolitana procedevano spediti, sopra le strade invase dalla Fiat 600 – l’auto che permetteva a tutti di possederne una – svettavano i primi grattacieli, nascevano nuovi quartieri, c’era lavoro per tutti… ma non erano solo rose e fiori. La polizia era impreparata ad affrontare i molti criminali arrivati da tutto il paese per approfittare del grosso giro di denaro che si era creato in città. Dal gennaio 1956 al febbraio 1958 erano rimaste impunite quaranta rapine a mano armata su quarantacinque subite dalle banche, e la stampa aveva cominciato a fare da cassa di risonanza alle lamentele dell’opinione pubblica per la situazione che si era creata.

Erano circa le 9.30 quando un furgone blindato della Banca Popolare di Milano proveniente da piazzale Brescia imboccò via Osoppo. A bordo c’erano un autista e un commesso dipendenti della banca, oltre ad un agente di PS che fungeva da scorta nei giorni in cui si svolgeva il consueto giro delle filiali per lai consegna contanti. La via non molto diversa da com’è ora, solo lo spartitraffico oggi asfaltato e adibito a parcheggio allora era sterrato. Chi in quel momento si trovava a passare di lì vide una Fiat 1400 colore caffelatte proveniente da via Caccialepori sbucare all’improvviso davanti al portavalori, saltare lo spartitraffico per terminare la propria folle corsa contro il muro del civico sette senza che l’autista si fosse fatto un graffio lanciandosi sull’erba poco prima dello schianto. L’uomo alla guida del furgone blindato frenò prontamente, poi dopo un attimo di smarrimento fece per riprendere la marcia ma, prima che potesse farlo dalla sua sinistra un camion OM Leoncino cassonato di colore grigio lanciato a forte velocità, gli si schiantò contro. Il delinquente alla guida del camion scese velocemente e, rotto un finestrino del blindato, i cui passeggeri erano rimastiti tramortiti, sottrasse il mitra all’agente prima che questi riprendendosi potesse reagire. A dare man forte ai primi, a bordo di un furgone sopraggiunsero altri criminali che, dopo avere immobilizzato l’agente e i dipendenti della banca, cominciarono a trasbordare le cassette di denaro dal blindato al loro furgone.

A tenere a bada i molti passanti e curiosi che nel frattempo si erano radunati intorno ci pensò l’ultimo arrivato sceso da una Giulietta Sprint: tenne a distanza quelli che si trovava nei dintorni minacciandoli con un mitra. Il tutto si svolse in pochi minuti: finito di caricare la refurtiva, i sette malviventi, che avevano il volto celato da dei passamontagna e indossavano tute da operaio, salirono sul furgone e la Giulietta e si diedero alla fuga abbandonando la Fiat, l’OM e tre poveracci malridotti ma per fortuna non feriti in modo grave.

Poco dopo, allertate per telefono da alcuni cittadini, uno dei quali aveva anche lanciato dalla finestra delle bottiglie nel tentativo di spaventare i banditi, arrivarono sul posto le prime volanti della polizia: gli agenti non poterono fare altro che soccorrere i feriti e raccogliere le testimonianze dei presenti.  Le indagini partirono il giorno stesso accompagnate da un’impressionante attenzione della stampa. Il “Corriere della Sera” in un articolo di sette colonne definì il colpo “la più sensazionale rapina che mai la cronaca milanese abbia registrato”, mentre “La Notte” scrisse “la nostra città si è messa alla pari con Chicago”, “Gente” e “Epoca” pubblicarono ampi servizi in cui si sprecavano i confronti con la cinematografia di genere “gangster”… (Negli anni seguenti anche la rapina di via Osoppo fu descritta e ispirò diversi film polizieschi)

C’era chi se la prendeva con i cattivi esempi che venivano dal cinema, chi incolpava la ripetitività dei giri dei furgoni blindati e l’insufficienza delle scorte. S’ipotizzò l’esistenza di una fantomatica “accademia della rapina” con ramificazioni internazionali e alla testa un misterioso quanto geniale criminale. Ci fu chi chiese che il parlamento promulgasse una legge che permettesse di sparare a vista sui rapinatori, e le compagnie di assicurazione minacciarono di non emettere più polizze sui portavalori se non si fossero presi dei provvedimenti adeguati.

Intanto però in Questura qualche cosa si stava muovendo. Stando alle indicazioni fornite dai presenti, i rapinatori si erano diretti verso via Lorenteggio così, seguendo il percorso che si presumeva avessero fatto, erano state trovate prima quattro valigie della BPM in un prato all’altezza del civico 209 e altre quattro ripescate più avanti in un canale in via Giordani, al Giambellino. Poi, un’altra alla cava Cabassi, in via Bisceglie, infine l’ultima all’angolo fra via Bisceglie e via Lorenteggio. Erano tutte vuote e non fu possibile rilevarvi impronte digitali come non fu possibile farlo sul furgone usato per rapina trovato abbandonato sempre al Lorenteggio né sui mezzi abbandonati in via Osoppo che risultavano tutti rubati nei giorni precedenti al colpo. Si era intanto stabilito che il bottino ammontava a cinquanta milioni in contanti e venti in titoli al portatore cosa da cui il Corriere trasse un titolone che agitò ancora di più l’opinione pubblica che a quei tempi non era abituata a sentire parlare di cifre di quell’entità.

La fortuna però stava girando, un venditore ambulante si ricordò di avere visto i delinquenti mentre indossavano le tute e un salumiere collegò uno dei mezzi a un giovanotto che vi era sceso per entrare nel suo negozio a comprare due panini con il taleggio (!!!). In breve tempo fu realizzato e diffuso un identikit dello sprovveduto rapinatore che fu prontamente ribattezzato dalla stampa “l’uomo dei panini al formaggio”. Il disegno che lo ritraeva non era certo un capolavoro, era il ritratto di un “Giovane settentrionale, piuttosto bello, capelli rossi, viso ovale allungato, lentiggini, occhi chiari, colorito roseo, età 26-30 anni” come molti se ne potevano incontrare, cosa che indusse l’ispettore di PS, Vincenzo Agnesina, che si occupava delle indagini, a chiedere l’aiuto di tutte le persone oneste della città.  Non aveva torto, in quei giorni furono fermate, interrogate e poi rilasciate più di 600 persone che corrispondevano all’identikit, ma, mentre la stampa continuava a formulare ipotesi fantasiose su bande di stranieri quasi sempre marsigliesi, la polizia mise a segno vari  colpi  investigativi che la misero sulla buona strada. Nel corso dei lavori di prosciugamento dell’Olona furono ritrovate le tute usate dai rapinatori grazie a qualche ricerca, si riuscì a stabilire, dove erano state acquistate e il titolare dell’azienda si ricordò della persona cui le aveva vendute in blocco fornendo l’identikit di un secondo malvivente, anche lui italiano: altri invece furono individuati grazie alla testimonianza di un meccanico cui altri due avevano portato le macchine usate per la rapina a fare una messa a punto. Alla stampa fu detto solo che anche il mitra sottratto all’agente era stato trovato sul fondo del naviglio all’altezza del civico 87 dell’alzaia, tenendola all’oscuro di tutto il resto perché non allertasse i criminali. Iniziarono così  i pedinamenti, che permisero di stringere sempre più il cerchio intorno ai componenti della banda: fino a quando con un’azione a sorpresa il primo di aprile furono tratti tutti in arresto.

A dare l’annuncio furono il questore Lo Castro e del capo della squadra Mobile, Zamparelli. Il Corriere della Sera diede la notizia ai milanesi titolando “Arrestati e confessi i rapinatori di Milano – Il questore annuncia il successo dell’ardua operazione contro i banditi che assalirono il furgone della Banca in via Osoppo”. Non mancarono gli apprezzamenti per il lavoro della polizia. Un vero capolavoro di arte investigativa in un epoca in cui ai pochi mezzi a disposizione si doveva sopperire con l’intuito e il faticoso lavoro svolto sulla strada.

Non erano stranieri e nemmeno delinquenti abituali gli autori della rapina, solo un paio avevano precedenti penali di rilievo. L’età media dei componenti della banda era intorno ai trent’anni, vivevano a Milano, lavoravano, avevano famiglia e abitavano in case più che decorose. Nessuno si aspettava da loro un’azione del genere, forse aveva ragione la stampa a dire che avevano visto qualche film americano di troppo. I loro nomi non hanno importanza perché la loro carriera criminale terminò lì: scontata la pena, solo uno di loro fu nuovamente coinvolto in un marginale fatto di cronaca. Quello che piace rilevare dagli articoli dell’epoca è lo sgomento, la vergogna e il dolore che i parenti degli arrestati non ebbero remora a rivelare alla stampa. Erano tempi in cui un figlio delinquente  era una cosa dura da digerire… ad alleviare la loro pena ci fu sicuramente l’insistenza con cui durante il processo gli accusati sostennero che tutto era stato progettato per non fare male a nessuno, cosa che effettivamente era successa.

Erano ancora lontani da venire gli anni del sangue e dei nomi da ricordare. Ne passarono dieci prima che la banda Cavallero in fuga da una rapina lasciasse sulle strade tre morti e ventidue feriti.  Altri cinque e comparvero Turatello,  Vallanzasca, le brigate rosse e le bombe nere. Quasi trenta abbastanza tranquilli sono trascorsi dagli orribili 70 per arrivare a oggi: quando il nome di chi insanguina le strade della città… spesso non siamo nemmeno in grado di pronunciarlo.

Otello Ruggeri per Milano Post