Storia delle radici cristiane di Milano

Durante la messa celebrata la mattina di Natale in Duomo, l’omelia è stata pronunciata dall’Arcivescovo di Milano, il Cardinale Angelo Scola. Parlando del ruolo della famiglia nella società, ha detto: “Dio ci viene incontro come un bambino: nato da Maria Vergine e custodito da Giuseppe, il giusto. Ci viene incontro in una famiglia. Ecco perché la Chiesa non cessa mai di richiamare la verità fondamentale della famiglia, fondata sul matrimonio pubblico, stabile, fedele, aperto alla vita tra un uomo e una donna”.

La cosa ha ovviamente scatenato le solite pretestuose polemiche da parte di chi, nella difesa dei valori altrui, vede un attacco ai propri, anche se questi non sono stati citati. Le argomentazioni sono le solite: “Avrebbe potuto occuparsi d’altro… ci sono cose più importanti cui pensare… non è il momento…”. Ci chiediamo chi se ne dovrebbe occupare se non la Chiesa, che da sempre ne fa un suo valore fondante. Sia concesso ai cattolici di santificare la famiglia almeno un giorno all’anno, quello della natività,  ne restano comunque altri 364 per dedicarsi alla carità e all’assistenza dei più sfortunati.

Non si capisce di cosa si possa accusare Scola: nel proporre un suo modello ideale si è ben guardato dall’attaccare gli omosessuali, criticare chi sceglie la via della convivenza, o dell’istituzione del registro delle coppie di fatto e meno che meno ha utilizzato tempo o risorse pubbliche per farlo. Ci chiediamo perché le anime belle che se la prendono con il prelato abbiano taciuto durante i mesi in cui la giunta Pisapia si è occupata del “registro” a scapito di problemi ben più urgenti per la città: questo sì che è stato fatto a nostro discapito e spese.

Abbiamo qualche idea sul perché lo fanno, i motivi più probabili sono l’opportunismo politico e un inguaribile anticlericalismo. Si rassegnino allora: le radici cattoliche di questa città sono molto più profonde e lontane nel tempo di quanto si possono immaginare, per questo siamo quasi certi che non riusciranno a strapparle.

Più di settecento anni fa, Bonvesin de la Riva nel suo “De magnalibus urbis Mediolani” descrisse in questo modo la presenza della chiesa in una città dalla storia già più che millenaria “Le chiese degne di tale e tanta città, sono, soltanto entro le mura, circa 200, con 480 altari… In città i campanili, costruiti a maniera delle torri, sono circa 120 e più di 200 le campane… Vi sono poi sei cenobi di monaci e otto di monache, dieci ospedali per i malati poveri… Vi sono anche le case del secondo ordine degli Umiliati di ambo i sessi, che arrivano al numero di 220, e Brera è la principale… Vi sono molte case Case di Povertà: la prima per numero di frati è il convento dei domenicani, segue quello dei Francescani, terz  viene il convento degli Agostiniani, quarto quello dei Carmelitani…

Dal 374 A.C. quando Ambrogio ne diventò vescovo, a Milano si respira profumo d’incenso. I milanesi sono stati curati, protetti, consolati e talvolta vessati dalla chiesa, ma non le hanno mai voltato le spalle né lei a loro. Non è successo nel medio evo, nell’età delle signorie, quando ci si vestiva di nero, quando era in voga il rosso e non accadrà certo per la passeggera moda arancione.

E’ di questi giorni il rapporto demografico che dipinge una città dalla popolazione sempre più anziana, dove i milanesi fanno pochi figli e gli stranieri in un decennio sono più che raddoppiati. Forse c’è a chi va bene che Milano cambi, diventi qualche cosa d’indefinito come molte metropoli straniere. A noi no, noi la amiamo per quella che è, per quello che la sua storia l’ha resa nei secoli, anche con l’aiuto di tutti quelli che vi sono approdati arricchendola con un po’ di sé mentre si adattavano a lei.

A che cosa appigliarsi allora, per salvarla dalla definitiva snaturalizzazione, se non alla famiglia e ai buoni frutti che può dare una società basata su di essa? Per quanto ci riguarda il Cardinale Scola ha fatto bene a ricordarlo a tutti noi.

Otello Ruggeri per Milano Post