Milano, una classe con 17 stranieri su 19: ma non è illegale?

Giusto ieri l’altro, dicevamo che è prassi comune per la giunta Pisapia non tenere conto delle leggi dello Stato, delle sentenze dei magistrati che lo rappresentano e di applicare un modello di integrazione in cui ad essere discriminati sono gli italiani.

I giudici bloccano Area C, la giunta inventa un trucco per reintrodurla, lo stato vieta cartelli e manifesti solo in lingua straniera, la giunta se ne frega e fa entrambe le cose, lo Stato non ha legiferato sul testamento biologico, la giunta vuole arrogarsene il compito… davanti a tanta supponenza l’episodio di cui stiamo per riferirvi potrà apparirvi marginale.

E’ comunque sintomatico di un atteggiamento oramai radicato, ed anche se all’inizio avrete l’impressione che la responsabilità sia di altre istituzioni, il finale vi toglierà ogni dubbio sul determinante contributo del comune per fare andare le cose come sono andate.

La vicenda è quella di una classe della scuola elementare di via Paravia composta da 17 bambini stranieri su 19: contravvenendo alla norma ministeriale  che vieta ve ne possano essere più del 30% del totale degli alunni, la classe sarà composta da 8 bambini egiziani, 4 marocchini, un salvadoregno, un bangladese, un ecuadoriano, un ucraino, un eritreo e soltanto due italiani.

Già due anni fa (prima che entrasse in vigore la norma) nello stesso istituto era stato tentato un esperimento del genere mettendo insieme 18 studenti stranieri su 20, anche in virtù del fatto che quasi tutti i bambini extracomunitari erano nati in Italia e parlavano la nostra lingua. Purtroppo, stando fra di loro, trovavano molto più comodo parlare in arabo: cosa che di fatto escludeva dal gruppo i bambini italiani per i quali i genitori chiesero quasi subito il trasferimento in altre classi o scuole. Già questo episodio doveva essere sufficiente a fare capire che l’esperimento era sbagliato, non serve l’intervento di un sociologo per capire che in una comunità si usa la lingua del gruppo più numeroso, e che è impossibile sperare che degli stranieri si integrino se li fa vivere in un contesto in cui loro sono la maggioranza. A quanto pare però ai nostri amministratori questo non basta.

L’anno scorso l’Ufficio scolastico territoriale si oppose all’apertura di una classe composta da 17 stranieri e due italiani i cui i genitori si erano subito rivolti al tribunale civile per ottenere l’assegnazione dei loro figli ad un’altra sezione, sembrava così che per fortuna l’esperienza si fosse esaurita. Quest’anno però ci ha messo lo zampino il diavolo, e come si sa a Milano il diavolo è arancione. Nonostante a maggio il dirigente dell’Ufficio scolastico territoriale, Giuseppe Petralia, si fosse opposto all’apertura di classi con troppi studenti stranieri, oggi sembra avere cambiato diametralmente idea: È mutato lo scenario [forse voleva dire il vento n.d.r.] e quest’anno c’è un accordo con il vicesindaco di Milano. Questo sarà un anno di standby, in collaborazione con il Comune, che mi ha garantito di intervenire per creare una situazione di integrazione e rilanciare la scuola“.

L’impressione è che il percorso intrapreso dalla giunta non integrerà i nuovi venuti, ma disintegrerà il tessuto sociale e le tradizioni di noi che siamo qui da sempre: il tutto ovviamente senza nessuna considerazione di quelle che sono le leggi dello Stato, a dimostrazione che (purtroppo per noi) Pisapia non scherzava affatto quando dopo la sua elezione disse: “Da qui parte un cambiamento che coinvolgerà tutta l’Italia”.

Otello Ruggeri per Milano Post