Milano, i cartelli solo in cinese, i discorsi solo in arabo, e il bilinguismo rivoluzionato: ospiti a casa nostra

Il bilinguismo nel nostro Paese esiste da sempre con il preciso scopo di tutelare quelle minoranze che adottano un idioma diverso da quello nazionale, e sono presenti sul territorio sin da prima dell’unità d’Italia.

Condizione sine qua non, di questa concessione fatta, è che gli appartenenti a queste minoranze siano in grado almeno di parlare anche l’italiano e che tutti gli atti ufficiali redatti in queste località ed i cartelli recanti indicazioni stradali o turistiche siano scritti in entrambe le lingue.

Questo metodo è stato concepito dai legislatori sia per favorire l’integrazione di queste popolazioni, sia per permettere loro di mantenere usi e tradizioni. Non vorremmo tediarvi, ma su certe questioni è bene essere precisi: quindi, è giusto specificare che i diritti sanciti dall’art. 2 della legge 482/1999 sono concessi a dodici minoranze linguistiche, cioè: albanese, catalano, greco, sloveno, croato, francese, francoprovenzale, occitano, friulano, ladino, sardo e “germanico”. Per tutte queste vale il principio di “territorialità”, quindi (ad esempio) i privilegi concessi al catalano, in un ben limitato territorio nei dintorni di Alghero, non sono validi in tutto il resto del Paese.

Non esistono altre forme di bilinguismo accettate dalla legge, soprattutto non  ne esistono per minoranze o lingue diverse da quelle elencate sopra… tranne che a Milano ovviamente.

Il recente episodio dei cartelli solo in cinese messi nelle aiuole di via Paolo Sarpi è solo la punta dell’iceberg di un fenomeno che a Milano si fa sempre più diffuso e preoccupante, nella totale indifferenza, se non con la complicità della giunta. A onore del vero in questo episodio esistono delle attenuanti, l’intento di abbellire la città con delle aiuole è encomiabile, ma piazzarvi dentro dei cartelli solo in cinese è fuori dal mondo, soprattutto se vi si appone sopra il simbolo del comune. E’ vero, per ognuno di questi ne esiste un altro in italiano, ma sempre ad una distanza tale da rendere possibile il vedere solo quello coperto di ideogrammi con il risultato di rimanerne straniti.

Come si fa, a pretendere che la già chiusa in se stessa minoranza linguistica cinese (che non è fra quelle riconosciute) si integri con noi, se non gli si dà la possibilità di imparare la nostra lingua accostandola ai testi nella loro? E poi la legge è chiara, i cartelli devono essere bilingue, non uno per lingua piazzati a caso.

A Milano questa non è un eccezione, è la regola. Ovunque fioriscono cartelli e pubblicità nelle lingue più esotiche e disparate, molti di essi oltre a non rispettare le leggi dello Stato probabilmente violano anche i regolamenti comunali sulle insegne. Non  potrebbe essere diversamente visto che i primi a dare il cattivo esempio sono proprio la giunta e i suoi assessori, è solo di qualche settimana fa la stampa da parte del comune di un manifestino che promuoveva la festa di una comunità sudamericana  scritto solo in spagnolo, e settimana scorsa abbiamo visto l’assessore Tajani andare a rendere omaggio alla comunità islamica tenendo un discorsosolo in arabo. In arabo!!! Perché non in italiano, visto che per integrarsi devono essere loro ad imparare la nostra lingua e non noi la loro? C’è una bella differenza fra dimostrare rispetto e calare le braghe. Non ci siamo, proprio non ci siamo.

Che questa giunta non tenga in considerazione le leggi dello Stato e le sentenze dei giudici che lo rappresentano (come dimostra l’atteggiamento su Area C) è un problema che attiene ad autorità superiori, che ci si augura che prima o poi diano un fermo a questi rivoluzionari del vento nuovo. Purtroppo la mancanza di rispetto nei confronti dei milanesi, delle loro esigenze e tradizioni messe sempre in secondo piano rispetto a quelle degli extracomunitari (e non solo)  è cosa che riguarda tutti noi cittadini sempre più ospiti a casa nostra.

Otello Ruggeri per Milano Post