Milano, il cardinale Scola scrive ai musulmani: forse troppa diplomazia, però

Alla vigilia del meeting di Comunione e Liberazione, mentre non passa giorno senza avere notizia di una chiesa data alle fiamme o di cattolici trucidati, nelle stesse ore in cui Abdel Hamid Shaari, il presidente dell’Istituto culturale islamico di viale Jenner a Milano, dichiara “Lo segneremo nella nostra memoria” riferendosi alla  mancata partecipazione del sindaco Pisapia alla festa per la fine Ramadan di questa domenica, il cardinale Angelo Scola scrive una lettera aperta alla comunità musulmana milanese.

Dal fallimento politico della Giunta che, concesso uno dei suoi palcoscenici più importanti ad un gruppo di associazioni che non rappresentano tutti i musulmani ma solo una parte di essi, forse i più oltranzisti, ha cercato di porre rimedio al guaio riuscendo solo a peggiorarlo, si è passati alla diplomazia della Curia, che dovrebbe sì cercare di mediare, ma forse pure lanciare un serio monito dicendo a chi pretende che, per farlo, bisogna prima dare. E ciò che deve dare la comunità islamica per ottenere delle concessioni è un serio impegno verso l’integrazione e il rispetto del nostro Paese, cosa che per il momento è ancora molto lontana dal fare.

Le nostre critiche alla Giunta si possono riassumere nelle parole dell’ex vicesindaco Riccardo De Corato che ha dichiarato: “Il fatto che Shaari abbia alzato il tono e il contenuto delle pretese parlando, senza averne titolo, a nome degli islamici, è la diretta conseguenza della sciagurata politica di aperture senza contro-partite da parte della giunta Pisapia-Guida, in cui la cattolicissima vicesindaco ha un ruolo di primo piano più di quanto lo abbia Pisapia nella politica di arrendevolezza verso il mondo islamico”. Non fa una piega: le cose stanno esattamente così.

Alla Curia, invece, più che altro critichiamo le continue aperture di credito che non portano mai a qualche azione concreta da parte della comunità musulmana. Ha fatto bene il cardinale Scola a scrivere “Insieme dobbiamo smascherare chi, strumentalizzando la fede, spinge i giovani all’odio e alla violenza verbale, morale e fisica”. Però ci duole dover riportare che questo “insieme”, purtroppo, da parte musulmana, si traduca sempre in un nulla di fatto.

Il cardinale Scola, che ogni settimana si prende la briga – giustamente – di fare tradurre le sue catechesi anche in arabo, avrebbe dovuto esortare gli imam milanesi a fare lo stesso nei nostri confronti traducendo in italiano le loro prediche: così, anche per sapere – fra le altre cose – se ci augurano una lunga vita, o se, nella peggiore delle ipotesi, “vorrebbero staccarci la testa dal collo” – come direbbe Oriana Fallaci. Forse il cardinale avrebbe dovuto aggiungere che chi viene in Italia deve farlo conscio del fatto che una volta qui dovrà rispettare le nostre leggi e regole morali che non includono nel modo più assoluto il fare girare la propria moglie, madre, figlia in abiti umilianti, scomodi e che ne celano il volto: qui non si fa. E’ umiliante, illegale e soprattutto immorale.

Bene il cardinale Scola, dunque. Ma troppo diplomatico, forse.

Otello Ruggeri per Milano Post