Un milanese ad Auschwitz, e il “furto buono” giustificato dal suo dolore senza tempo

A chi è sopravvissuto e/o ha perso qualcuno che gli era caro in quel crimine epocale che fu lo sterminio degli ebrei durante la seconda guerra mondiale, non basta lo scorrere del tempo per cancellare quegli orrori della memoria, anzi vuole e fa di tutto perché non sia cancellata e rimanga come eredità storica per le generazioni future così che sappiano impedire che episodi del genere si possano ripetere.

Capita così che un nostro concittadino milanese in visita al campo di sterminio nazista di Auschwitz-Birkenau per onorare il ricordo del padre morto in quel campo decida di prendere, per portarli a figli e nipoti, 30 centimetri di filo spinato prelevandoli da un area non protetta di quello che oggi è diventato un museo in memoria degli orrori che vi si perpetrarono.

Giunto all’aeroporto il metal detector segnala la presenza di quell’ingombrante oggetto metallico nel suo bagaglio e gli agenti di frontiera polacchi sono costretti a fermarlo. Mentre l’uomo si accinge a dare spiegazioni i funzionari lo fermano, sanno benissimo di cosa si tratta, sono abituati a questi ritrovamenti, le uniche cose che gli interessano sono che non sia stato preso all’interno del museo e conoscere il punto da dove lo ha staccato per poterlo sostituire.  Fornite le informazioni richieste l’uomo è stato rilasciato dalla polizia di Cracovia, che ha dimostrato di essere capace di quella comprensione propria  chi è abituato a vedere ogni giorno passare persone che portano sulle spalle il dolore di un popolo intero.

La stessa comprensione non l’hanno dimostrata quei giornali che stanno titolando “Milanese arrestato per furto ad Auschwitz”, o alcuni nostri politici cui consiglieremmo di usarlo come cilicio quel filo spinato, ma ci fermiamo qui. Questa storia ha un che di poetico e non vogliamo rovinarla dilungandoci con considerazioni che non le attengono.

Otello Ruggeri per Milano Post