Viaggio a Expo: la prima volta.

Expo 2015 è un gigantesco contenitore multimediale e multisensoriale che va preso così com’è, con i suoi pregi e i suoi difetti, ma chi come me lo osserva con gli occhi dell’edonista anni ottanta i difetti fatica a coglierli, o meglio, considera dei pregi anche i suoi aspetti consumistici, ludici e spettacolari, che altri faticano a digerire. Visitarlo cercando di scoprire se a dispetto di un contenitore notevole, sia stato mantenuto anche il proposito di formulare delle proposte su come sfamare il pianeta, non è compito che si possa liquidare in un giorno, soprattutto nel primo, in buona parte necessario a orientarsi nel sito.

pavilion_zero_expo_2015La prima volta ci sono arrivato a ora di pranzo, costatando quanto – a dispetto delle malelingue – sia facile raggiungerlo. M1 fino a Rho-Pero poi, si può scegliere se accedere dai tornelli che si trovano appena usciti dalla Metro, per poi percorrere la passerella che porta alla piazza dove si trova il “Padiglione zero”, o se arrivare direttamente ai tornelli di fronte ad essa, percorrendo lo stesso tragitto lungo i tunnel della metropolitana. E’ in quel momento che ci si chiede cosa fare, voltare a sinistra verso le statue di Dante Ferretti, ispirate alle opere dell’Arcimboldo, che attirano subito l’attenzione o, come logica vorrebbe, entrare nel padiglione di fronte, che andrebbe visitato per primo? Io ho scelto di sedermi a uno dei chioschi al suo fianco per riposarmi e mangiare un boccone. Apro una breve parentesi: non è vero che all’interno del sito sia impossibile mangiare a prezzi ragionevoli, ci sono chioschi di ogni genere, per tutti i gusti e le tasche a ogni piè sospinto, svenarsi per un piatto di pasta in uno dei ristoranti “griffati” è una scelta, non una necessità ineludibile.

padzero2Alla fine ho deciso di entrare nel “Padiglione zero”, il cui impatto visivo e sotto un certo aspetto anche emotivo, è sicuramente notevole. Si starebbe ore a osservare e fotografare la grande parete dei saperi che si trova all’ingresso, ma si è inesorabilmente attratti dal percorso fatto di suoni e immagini che sta alle sue spalle. Mi ci sono incamminato in modo un po’11421586_10206328385675758_71272206_nirruento, trovandovi molte similitudini con alcune mostre viste all’Hangar Bicocca e osservando con attenzione solo uno splendido plastico che contrapponeva la civiltà rurale a quella urbana.  Notevole anche l’impatto visivo della parete fatta di scritte colorate in cui è rappresentato il continuo aumentare dei prezzi degli alimenti e della rappresentazione di una montagna di rifiuti, che denuncia gli sprechi alimentari, ma giunto troppo velocemente all’uscita, pur avendo colto quest’ultimo messaggio, non ho inteso quali siano le soluzioni proposte.

11420073_10206328238792086_1378418662_nPassa in fretta il tempo a Expo, così per soddisfare il desiderio di arrivare sul Decumano ho superato rapidamente le statue di Ferretti, proponendomi di fermarmi a osservarle in seguito e dato un’occhiata alla sala stampa, che ho ritenuto sarà sicuramente un valido supporto per ricaricare il cellulare. Sono quindi arrivato all’imbocco del viale principale e osservandolo mi sono messo le mani nei capelli, rendendomi conto che prima si facesse sera sarei giusto riuscito a percorrerlo e a entrare al massimo in un paio di padiglioni. Così, messi da parte progetti e piantine ho fatto l’unica cosa possibile, mi sono messo a camminare senza meta lasciando che fosse l’istinto a guidarmi.

11271948_10206328240352125_386386692_nGià dopo pochi passi, un tricolore che sventolava davanti alla riproduzione della Madonnina, mi ha indotto a fermarmi per salire i pochi gradoni (probabilmente un tentativo di riprodurre il tetto del Duomo) necessari per arrivare al suo cospetto. Giunto lì mi sono tolto la soddisfazione di fare il segno della Croce davanti a qualche migliaio di persone che mi osservavano. Da milanese abituato a vedere la Madonnina che la “brila de luntan”, mi ha un po’ stranito trovarmi al suo cospetto vedendola così imponente, per questo non lo osservata attentamente preferisco continuare a immaginare i particolari di quella che sono abituato a vedere lontana nel cielo di Milano. Ripresa la via, attratto dalle architetture orientali, ho fatto una breve capatina nel padiglione del Nepal, rendendomi conto solo uscendo che di quello si trattava e di avere completamente trascurato di rivolgere un pensiero alla tragedia che ha colpito quel paese. Ci tornerò. Poi, questa volta attratto da un’irlandese dai capelli rossi, sono entrato nel padiglione del suo paese. Assai povero invero, un breve corridoio con cartelli e video da cui ho imparato che l’Irlanda è l’unico paese a esportare solo prodotti realizzati con metodi ecosostenibili.

11428967_10206332637462050_1141359819_nDopo questa ennesima toccata e fuga ho deciso quale sarebbe stato il mio obiettivo della giornata: il padiglione degli Stati Uniti. Un edonista con simpatie reganiane, vede sempre la “terra dei liberi” come una meta. L’ho facilmente individuato grazie a uno dei tanti schermi interattivi presenti nel compound, scoprendo che si trovava poco dopo l’incrocio con il “Cardo”, a circa 600 metri da dove mi trovavo. Mi sono quindi avviato immergendomi in una delle parti più interessanti di Expo, il crogiuolo di genti e situazioni che animano il viale principale dell’esposizione. Un melting pot multiculturale che ho osservato con curiosità, conscio di esserne parte e a mia volta osservato dagli altri. Lungo la strada ho incrociato l’esibizione di un gruppo di colore che eseguiva musica e canti tradizionali, una cantante Kazaca, dei suonatori andini, dei cantori presumo sardi, l’esibizione di un gruppo di sbandieratori e una sfilata di maestranze del posto preceduta dalle autorità.

11348898_10206332649782358_294453723_nAl contrario di quelli che criticano quest’insieme “popolare” fatto di genti e tradizioni diverse, perché fa assumere a Expo l’aspetto di una festa paesana, io l’ho trovato molto interessante e a mio parere da un animo reale a una manifestazione che in sua assenza rischierebbe, di essere troppo asettica. Inoltre, il lato ludico dell’insieme rende il tutto più gradevole, impedendo che la gente si allontani scoraggiata da troppa seriosità. Fra una considerazione e l’altra sono quindi arrivato alla meta, concedendomi solo un’altra sosta lungo il percorso, quella nel padiglione del Vaticano. Bello, artistico, ma molto breve e dal messaggio incerto, probabilmente perché realizzato solo per rappresentanza. Un grosso pregio: la migliore aria condizionata incontrata fino a quel momento.

11414505_10206328195991016_1621768701_nSovrastati da una gigantesca Stars Spangled Banner, all’ingresso del padiglione USA sono posti dei nebulizzatori d’acqua per rinfrescare i visitatori, che in una giornata cocente rendono assai economico ottenere l’effetto “terra promessa”. Goduto di qualche spruzzo, accompagnato dal benvenuto di hostess e steward, sono salito lungo la scalinata che porta al primo piano del padiglione, trovando ad accogliermi un video di benvenuto di Barak Obama (Dolore). Presa coscienza di non essere più negli anni ottanta e smaltita la delusione di non essermi trovato a faccia a faccia con Reagan, ho pensato a quanto orgoglioso deve essere un popolo per far ricevere da un video del proprio presidente, qualunque esso sia. Ve lo immaginate un video di Mattarella o Renzi all’ingresso del padiglione Italia! Andiamo oltre: in questo primo settore a parte dei giochi interattivi in cui i bambini (ma anche gli adulti) imparare come si producono e scambiano risorse perché tutti ne possano godere tutti, solo molto merchandising, cosa che mi ha indotto a salire al secondo piano.

11273678_10206332638142067_1755550198_nSono arrivato mentre era in corso una conferenza sui disturbi alimentari dei bambini, che a quanto pare in America odiano particolarmente i broccoli. Notevole l’interprete, una splendida mora sicuramente di origini meridionali. Cercando di non farmi notare mi sono spostato verso il bar a lato e di lì al belvedere da cui si gode di una splendida visione di Expo dall’alto. Un po’ deluso da quello che mi è sembrato un padiglione privo di contenuti, mi sono diretto verso l’uscita, ed è stato li, proprio quando pensavo di avere esaurito la visita che la serietà di Expo mi ha colto in tutta la sua serietà. Le guide mi hanno indirizzato verso un tunnel da dove 11414690_10206332637662055_2138033619_nsi accedeva a piccoli gruppi dopo avere letto una presentazione del percorso in cui sono annunciati sette video sul tema dell’alimentazione. Iniziato il percorso, si apprezzano subito l’impianto scenico e la tecnica con cui sono realizzati i cortometraggi. Il primo invero un po’ anti italiano, viste le poco velate insinuazioni con cui ci accusano di avere rovinato la dieta americana portando al di la dell’oceano spaghetti e polpette. Nel complesso però la miniserie contiene tutti gli elementi necessari per comprendere come si siano sviluppate l’alimentazione e la produzione alimentare nell’ultimo secolo, come potrebbero essere rese sostenibili e dando alcuni suggerimenti validi per tutti da tenere sicuramente in considerazione.

11355553_10206328384035717_186006941_nSoddisfatto che il primo contributo concreto sul tema “nutrire il pianeta” lo avessi trovato dove me lo aspettavo sono tornato all’aria aperta. Lì, il caldo, la coscienza di essere in cammino da più di tre ore, i più di tre chilometri già percorsi e gli almeno due che mi attendevano per tornare alla metropolitana, mi hanno suggerito di trovare un posto dove concedermi una sosta. L’ho trovato a 200 metri, nel bar esterno del padiglione della Colombia, dove ho gustato un caffè da intenditori seduto su una poltrona all’ombra. Una pausa più che sufficiente per darmi la carica necessaria a tornare al punto di partenza con tutta calma, continuando a osservare chi e cosa mi circondava. Dopo cinque ore dal mio arrivo sono risalito sulla M1 convinto di avere visto solo la punta di un iceberg, che non vedo l’ora di riprendere a esplorare con voi… sempre che dopo quest’articolo non mi sospendano il pass.

Otello Ruggeri per Milano Post