Forza Italia morirà di pessimismo e paura?

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Anni fa Berlusconi disse: “Non ho mai conosciuto un pessimista che abbia fatto grandi cose nella vita!”, volle così spronare i suoi a non darsi mai per vinti. Un insegnamento che gli azzurri di oggi sembrano avere completamente dimenticato. Il pessimismo oramai la fa da padrone nel partito, con chiunque e di qualunque tornata elettorale si parli, sembra impossibile trovare qualcuno disposto a credere che se ne uscirà vincenti. Un atteggiamento che porta con sé indecisione, incapacità di confrontarsi con gli alleati e la conseguente tendenza a cedere posizioni, che Forza Italia ha ancora i numeri per pretendere di diritto. Sembra diventato impossibile anche celebrare un congresso, se prima non si è trovato un compromesso fra i contendenti, di norma tutti convinti di uscirne sconfitti.

Una consistente fetta di elettorato, si trova così in balia di una dirigenza, che presta di volta i propri voti ad altri, cedendo sindaci e governatori a partiti che hanno un seguito minore, per paura di vedere sconfitti i propri candidati, o semplicemente per l’incapacità di affrontare in modo schietto i propri alleati. Di confrontarsi con gli avversari ovviamente nemmeno se ne parla, anche con loro si cercano intese nella speranza di uscirne sempre alla meno peggio. Un atteggiamento che sta facendo perdere sempre più consensi, inducendo ad allontanarsi anche quegli elettori che dello statalismo di sinistra e del populismo della Lega non ne vogliono sapere. A nessuno piace confondersi con una pletora di perdenti per scelta, soprattutto se dopo anni di vessazioni economiche, governi illegittimi e sindaci illiberali, si vorrebbe sostenere quelli che li sostituiranno, che in questo momento non sono rappresentati da Forza Italia, perché quelli che stanno al comando hanno scientemente deciso non sia così.

Perché? I motivi di questo comportamento sono molteplici: c’è chi lo fa per indole; chi, per non volersi confondere con altri, avendo dimenticato che si possono sostenere le stesse posizioni usando metodi diversi; chi per un sottaciuto senso di colpa, che gli fa credere sia questo il modo di scontare errori passati; più in generale, per mantenere rendite di posizione che nessuno si rende conto, presto verranno a mancare, perché continuando così sarà la posizione stessa a non esistere più. Pochi non si adeguano a questo metodo, di solito vengono dal basso partendo dai consigli di zona dove hanno imparato senza dimenticarlo, come si lotta e quali sono i problemi reali della gente. Elementi che non avrebbero problemi a esporsi abituati a secondo delle occasioni a vincere e a perdere senza mai tirarsi indietro, ma sono tenuti in disparte, invischiati nella ragnatela dell’apparato per impedire loro di fare troppo rumore con il rischio di infastidire quelli con cui si stanno stringendo accordi.

Conclusioni? Se il partito non cambia registro, se fra la gente non ci torna sul serio, con quelli che sanno farlo per davvero, non con i proclami di chi fa una comparsata, poi torna nella bella casa in centro a godersi lo stipendio milionario; se non si trova il coraggio di confrontarsi a muso duro con alleati e avversari per ridare un po’ di dignità a se stesso e all’elettorato, la strada della dissoluzione è segnata. La data è nota da tempo, Milano 2016, si vince e si riparte, o si perde, si sciolgono le righe e ognuno per se.

Otello Ruggeri per Milano Post