EUROPEE IL CROLLO DI FORZA ITALIA. Come trasformare in disastro una sconfitta annunciata

Non sono certo trascurabili i meriti di Matteo Renzi, con cui  è doveroso complimentarsi per essere riuscito a guadagnare la fiducia dei cittadini, facendo da catalizzatore per quelli che temevano l’instabilità generata da un eventuale successo del Movimento Cinque Stelle, ma alla sua vittoria ha certamente contribuito la debolezza politica e gli errori commessi  dal partito che doveva essere l’asse portante del centrodestra: Forza Italia.

Il disastroso risultato di domenica, che non può essere definito altrimenti dopo che solo pochi giorni fa Silvio Berlusconi aveva sostenuto che il partito era al 20% nonostante la scissione dal NCD, ha cominciato a generarsi proprio nel giorno in cui si verificò la separazione. Da allora sono stati commessi una serie di imperdonabili errori politici e strategici che hanno causato il crollo dei consensi di Forza Italia.

Prima di tutto l’abbraccio a Renzi che legittimandolo agli occhi degli indecisi fra i moderati li ha spinti verso di lui. A nulla sono serviti gli strali lanciati in seguito, oramai non erano più credibili, quasi mai lo sono gli comportamenti ondivaghi. Poi a peggiorare la situazione, il continuo strizzare l’occhio ad Alfano e i suoi, concedendo loro occasionali rientri quasi fossero delle pecorelle smarrite piuttosto che dei traditori del mandato che hanno spezzato in due il partito per sostenere un governo di sinistra. Un atteggiamento che ha diffuso la sensazione, sia fra gli elettori, sia fra i militanti, che non esistesse nessuna base ideale da usare come vaglio per dividere gli opportunisti interessati solo ad una poltrona da chi veramente credeva nel partito.

Riprendere il nome di “Forza Italia” è stata un operazione azzeccata, doveva essere il primo passo per ritrovare lo spirito delle origini da completarsi con lo scendere nuovamente fra la gente e valorizzare la militanza di quelli che in questi anni hanno lavorato per il movimento. Purtroppo ci si è fermati al nome. Subito dopo avere annunciato queste intenzioni, è stato dato il peggior segnale possibile ad elettori e militanti paracadutando dall’alto la nomina di Giovanni Toti a “consigliere politico” senza prendere in minima considerazione quelli che nel partito c’erano già e avevano tutte le caratteristiche per ricoprire tale ruolo.

A lui andrebbe dedicato un capitolo a parte, avendolo conosciuto come un ottima persona spiace essere troppo severi, ma non è certo colpa sua se è stato messo in una posizione che per sua stessa ammissione non aveva le caratteristiche per ricoprire “è da poco che mi sono avvicinato alla politica”, quando ne esistevano altre ben più qualificate per farlo. Già questo ha generato divisioni e fomentato malumori interni  rendendolo impopolare fra molti di quelli che lo hanno comunque sostenuto per “ordini di scuderia”.

Inoltre, che fosse carente di basi politiche ed ideologiche è sembrata evidente a tutti quelli che lo hanno ascoltato in queste settimane di campagna elettorale, dove è sembrato ripetere sempre lo stesso canovaccio preparato a tavolino senza aggiungerci nulla di suo. Una scelta scellerata in cui il suo svelare a tutti lo stato d’animo di Berlusconi, quando non avvedendosi che i microfoni erano accesi, disse alla Gelmini: “Il presidente non sa come liberarsi dell’abbraccio mortale di Renzi” è stato solo la ciliegina sulla torta.

Nemmeno fra la gente si è mai tornati. I club si sono rivelati solo l’ennesimo moltiplicatore di cariche – come se non bastavano già quelle distribuite a profusione dal partito –  quasi sempre asserviti al desiderio di visibilità politica dei presidenti e ben poco di concreto hanno fatto per la cittadinanza. Buona parte dei politici invece fra la gente ci sono andati solo per chiedere il voto per se stessi o per il loro referente, offrendo in cambio giusto qualche bevuta, serate in discoteca, tante belle parole, ma non uno straccio di intervento in favore di quelli che volevano diventassero loro elettori. Il lavoro sul territorio è rimasto relegato alla buona volontà di pochi consiglieri di zona e comunali che hanno sacrificato il loro tempo e le loro carriere professionali e politiche, impegnandosi a risolvere i tanti problemi che investono le comunità a loro affidate, mentre gli altri facevano campagna elettorale.

Con queste premesse si è arrivati al voto del 25 pensando di avere fatto tutti i passi necessari per ottenere un buon risultato. Effettivamente  di passi ne erano stati fatti, ma in direzione di un baratro verso cui gli elettori hanno dato la spinta finale. Ora, se Forza Italia non vuole sparire del tutto, deve trarre più insegnamenti possibili da questo risultato negativo, partendo dal capire che la politica, è prima mettersi al servizio della collettività e poi affermazione personale. Va inoltre compreso che l’avversario non va abbracciato, mai, né a livello nazionale, né a livello locale, è anche necessario rivedere il sistema di assegnazione delle cariche interne, troppe e troppo spesso attribuite per esigenze politiche e non per soddisfare reali necessità operative, soprattutto non  devono più essere calate dall’alto, l’immagine del partito non può sopportarne altre. Infine, su tutto, ricordarsi sempre che gli elettori non sono fessi e il loro voto non lo si ottiene offrendogli da bere di tanto in tanto prima delle elezioni, serve molto di più e molto più a lungo.

Speravamo che la dirigenza di Forza Italia facesse tesoro di questa esperienza, ma già dalle prime dichiarazioni televisive fatte da suoi esponenti, si ha l’impressione che il messaggio non sia stato recepito, al punto che alcune contraddicono persino l’ammissione dei sconfitta fatta da Silvio Berlusconi.  Evidentemente la lezione non è bastata, ci auguriamo non ne serva un’altra, perché la prossima potrebbe essere quella che metterà la parola “fine” all’esperienza politica del partito azzurro.

Otello Ruggeri per La Critica