Milano, non scherziamo con il Carnevale

L’anno scorso fu il “Carnevale dei popoli” a occupare il posto di quello ambrosiano, chissà che cosa ci toccherà quest’anno? Le premesse non sono certo le migliori, visto che ci hanno già scippato il “bianco Natale”, prontamente ribattezzato “bianco inverno” nel nome di non si sa quale delle tante idiosincrasie arancioni. Vedremo, intanto facciamo un ripasso di qualche tradizione carnevalesca milanese: male che vada, ci servirà almeno a conservarne la memoria.

Dovreste sapere quasi tutti che il nostro carnevale finisce dopo gli altri. Potere fare festa sino il sabato successivo il martedì grasso (quest’anno, dunque, sino a sabato 16 Febbraio), non è cosa che possa sfuggire né a chi ama la baldoria né a chi vi si trova volente o nolente coinvolto. Probabilmente vi è ignoto il motivo di questa differenza: in verità nessuno lo conosce per certo, ma tradizione vuole – e noi amiamo le tradizioni – che, secoli fa, il patrono Sant’Ambrogio, sapendo che a causa di un pellegrinaggio sarebbe arrivato in ritardo alle celebrazioni delle liturgie quaresimali, abbia chiesto alla cittadinanza di ritardarle per potervi partecipare. I Milanesi non solo lo accontentarono, ma trovarono di loro gradimento il cambiamento, al punto da inserirlo in pianta stabile nel rito ambrosiano: così che da allora, nell’arcidiocesi di Milano, il rito delle Ceneri si celebra la prima domenica di Quaresima.

La maschera milanese più nota è “Meneghino”, tradizionalmente abbigliato con una lunga giacca marrone, pantaloni corti, calze a righe bianche e rosse, cappello a tricorno e una parrucca con codino alla francese, pur avendo soppiantato nel cuore e nella memoria dei milanesi quelle che lo precedettero, ha origini abbastanza recenti. Frutto della fantasia del commediografo Carlo Maria Maggi, Meneghino comparve per la prima volta in alcune rappresentazioni teatrali di metà del XVII secolo. Il personaggio è ispirato ai “domenghin”, i servitori che la domenica accompagnavano a passeggiare in carrozza o a messa le nobildonne milanesi. Si trattava di personale “a gettone”, chiamato solo all’occorrenza per svolgere le funzioni di accompagnatore, maggiordomo e acconciatore. Quest’ultimo lavoro ha una valenza fondamentale nel caratterizzare la maschera che, nelle rappresentazioni teatrali oltre al nome Domenico, ha anche un cognome: Pecenna, che significa per l’appunto “pettine”.

Maggi lo volle rozzo ma di buon senso, sempre pronto a prendersi gioco dei potenti e disposto a tutto pur di mantenere la libertà: salvo ad abbandonare il popolo quando poi è necessario schierarsi al suo fianco. Ama il cibo e il buon vino, davanti ad una fetta di panettone si commuove alle lacrime: non solo perché gli piace, ma sopratutto perché gli ricorda Milano e il “so Domm” di cui non smetterebbe mai di parlare.

Scomparso Maggi, ci pensò Carlo Porta ad amplificarne la notorietà citandolo spesso nei suoi scritti fino a quando – nel 1848 – la sua figura non entrò definitivamente nel cuore dei milanesi. Durante le “cinque giornate di Milano” i cittadini lo scelsero come loro simbolo riconoscendo in lui lo stesso eroismo, generosità, laboriosità che distinguevano gli insorti e tutti i milanesi di allora. Virtù che ci piacerebbe… anzi no, siamo certi li caratterizzano anche al giorno d’oggi.

Meneghino, e le tante maschere minori che lo hanno preceduto o lo affiancano nell’ombra, rappresentano i valori di questi milanesi che probabilmente faticano sempre più a comprendere perché le loro feste debbano essere sempre trasformate in quelle di qualcun’altro o di qualche cosa d’altro. Non abbiamo nulla contro le tradizioni degli altri, piuttosto la domanda è: che cos’ha la giunta Pisapia, contro le nostre? Immaginatevi cosa succederebbe se un bel giorno il sindaco di una città cosmopolita come Rio de Janeiro se ne saltasse fuori con l’idea di battezzare il Carnevale di Rio, carnevale di questo o quello… o, perché no, “carnevale dei lombardi”. La cittadinanza intera manderebbe a quel paese lui e tutti i lombardi in fila. Solo qui la giunta si permette di fare tabula rasa delle tradizioni locali senza che si levi una protesta.

Non serve che il comune stanzi 200.000 euro per i festeggiamenti, che potrebbero essere utilizzati sicuramente meglio. Dia piuttosto spazi gratuiti alle associazioni che vogliono organizzare eventi, e si occupi di controllo del territorio. Da che mondo è mondo, la festa i milanesi l’hanno sempre fatta da sé, mascherandosi e andando a festeggiare in piazza. Si tengano i soldi e ci lascino il carnevale: il nostro però, non quello che vogliono loro.

Otello Ruggeri per Milano Post